N. 1

Gennaio 2007

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Ricordi

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Una tragica sera di maggio

 

 

 

TERREMOTO DEL FRIULI NEL 1976: UN RICORDO

Quando Gualdo aiutò Porzus

Il racconto dell'indimenticabile esperienza di cinque scout gualdesi di allora, fra le devastazioni del sisma friulano

 

10friuli76.jpg (32650 byte)Oggi che non c’è quasi più tempo per ricordare, tutti presi da un presente sfuggente e impazzito, tanto da sembrare di aver perso la strada anche per il proprio futuro più ovvio, ecco una piccola storia di questa città che, forse, può aiutare a capirne l’anima. Chissà se qualcuno la ricorda.

 

Poco più di trent’anni fa, era il settembre del 1976, un piccolo gruppo di scout di Gualdo andò in Friuli per un campo di lavoro, dopo il sisma che colpì quella regione nel Maggio dello stesso anno. La destinazione era il paese di Porzus nel Comune di Attimis, a Nord-Est di Udine e a un passo dal confine, allora yugoslavo, oggi sloveno; lo stesso paese tristemente noto per l’eccidio tra partigiani accaduto nel febbraio del ’45. Il coordinamento dell’iniziativa era della Caritas, una delle molte associazioni che si coagularono intorno al nucleo della macchina dei soccorsi organizzato del Commissario Zamberletti, lo stesso nucleo che si è poi evoluto e strutturato nella odierna Protezione Civile.

 

Il lavoro da svolgere era quello di assistenza alle squadre di muratori impegnati per la ricostruzione: in pratica consisteva nel fare i manovali. Eravamo in cinque, tutti diciassettenni, accompagnati, o meglio, condotti, da un padre salesiano, Don Cecchini, la cui lunga esperienza missionaria nella terra dei terremoti, il Cile, risultò poi molto utile, affiancato da Don Biagio Perazzi, che ci raggiunse poco dopo.

 

Arrivammo a Porzus dopo un interminabile viaggio in auto, una Fiat 110 che Don Cecchini, esperto di terremoti ma non di motori, non spinse mai oltre gli 80 km/h, anche perché, malgrado le attenzioni, l’acqua del radiatore si surriscaldava e dovevamo fermarci spesso per rimboccarla. Ci sistemammo nel cortiletto della scuola elementare, l'unico edificio che era rimasto in piedi senza lesioni e dove Don Cecchini, giudicandolo solido, continuò a dormire a dispetto delle numerose scosse che poi si susseguirono.

 

Era il pomeriggio dell’11 settembre. Appena il tempo di montare le tende e subito ci furono due forti scosse, l’inizio di una serie di eventi sismici noti come la replica della scossa di Maggio. In questo frangente e dopo ognuna delle frequentissime scosse dei giorni seguenti, la confidenza che Don Cecchini mostrò di avere con i terremoti fu preziosa per smorzare le forti tensioni emotive che ogni evento provocava, soprattutto negli abitanti del paese.

 

Nei giorni seguenti cominciammo il lavoro e conoscemmo gli abitanti di Porzus che, ovviamente, vivevano in tenda. Erano in tutto quindici famiglie. Gente semplice e schiva, abituata al vivere duro della montagna ma che, ad ogni nuova scossa, sprofondava in uno stato di assoluta disperazione. La stessa che avremmo conosciuto anche noi gualdesi e che proviene direttamente dalla perdita della più solida delle certezze, dell’idea stessa di solidità: la terra, la "tua" terra che ti tradisce sfuggendo da sotto i piedi, dalle fondamenta delle case e da quelle dei tuoi più profondi riferimenti, spaziali e mentali.

 

La notte del 14 una lunga scossa ci sbalzò a terra dalle brandine delle tende dove dormivamo. Subito dopo vedemmo la luce delle torce e sentimmo il vociare concitato degli abitanti del paese, raccolti in una sorta di assemblea spontanea, alla quale partecipammo capendo pochissimo di quello che dicevano con quel dialetto di confine. Si erano riuniti dove noi eravamo per il conforto che la nostra presenza, da sola, dava loro e ne condividemmo la paura, annegandola nella grappa che anche quella volta era comparsa in grandi bottiglie fatte girare di mano in mano.

 

Il giorno dopo, alle 9.21, ecco un’altra fortissima scossa (6° Richter), con crolli e feriti. Subito ci si rese conto che l’opera di ricostruzione, così come si era andata realizzando per tutta l‘estate, era messa in discussione. In vista dell’inverno imminente, era urgentissimo trovare soluzioni alternative per accogliere le persone. Decidemmo di partire e di organizzare la raccolta di fondi per acquistare un prefabbricato e donarlo al paese. Non sapevamo come avrebbero risposto i gualdesi a questa iniziativa, né quanto tempo avremmo impiegato per concluderla.

 

Al nostro rientro fu allestito un banco sulle scalette della chiesa di S. Francesco. La generosità dei gualdesi andò oltre ogni aspettativa: nel giro di pochissimi giorni, sommando il ricavato della nostra raccolta di fondi a quelli raccolti direttamente da Don Cecchini, furono acquistate ben quindici casette prefabbricate in metallo, che furono consegnate prima dell’inizio dell’inverno a ognuna delle famiglie di Porzus. Ad emergenza finita, il Comune di Attimis ha conferito, a noi e alla città di Gualdo Tadino, un attestato di ringraziamento per l'opera svolta che nessuno, per la verità, andò a ritirare.

 

Molti anni dopo, a Gualdo, venne il nostro turno nel provare paura e sconforto e nel manifestare gratitudine verso coloro che ci furono vicini: l’anno prossimo saranno dieci anni e in molti ne parleranno. Ma questa è un’altra storia.

 

Noi, i cinque scout, siamo: Angelo Bossi, Umberto Balloni, Claudio Merli, Ermanno Rosi e Stefano Rosi.

 

Stefano Rosi

 

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