Oggi che non cè quasi più tempo
per ricordare, tutti presi da un presente sfuggente e impazzito, tanto da sembrare di aver
perso la strada anche per il proprio futuro più ovvio, ecco una piccola storia di questa
città che, forse, può aiutare a capirne lanima. Chissà se qualcuno la ricorda.
Poco più di trentanni fa, era il settembre del 1976, un piccolo gruppo di
scout di Gualdo andò in Friuli per un campo di lavoro, dopo il sisma che colpì quella
regione nel Maggio dello stesso anno. La destinazione era il paese di Porzus nel Comune di
Attimis, a Nord-Est di Udine e a un passo dal confine, allora yugoslavo, oggi sloveno; lo
stesso paese tristemente noto per leccidio tra partigiani accaduto nel febbraio del
45. Il coordinamento delliniziativa era della Caritas, una delle molte
associazioni che si coagularono intorno al nucleo della macchina dei soccorsi organizzato
del Commissario Zamberletti, lo stesso nucleo che si è poi evoluto e strutturato nella
odierna Protezione Civile.
Il lavoro da svolgere era quello di assistenza alle squadre di muratori impegnati
per la ricostruzione: in pratica consisteva nel fare i manovali. Eravamo in cinque, tutti
diciassettenni, accompagnati, o meglio, condotti, da un padre salesiano, Don Cecchini, la
cui lunga esperienza missionaria nella terra dei terremoti, il Cile, risultò poi molto
utile, affiancato da Don Biagio Perazzi, che ci raggiunse poco dopo.
Arrivammo a Porzus dopo un interminabile viaggio in auto, una Fiat 110 che Don
Cecchini, esperto di terremoti ma non di motori, non spinse mai oltre gli 80 km/h, anche
perché, malgrado le attenzioni, lacqua del radiatore si surriscaldava e dovevamo
fermarci spesso per rimboccarla. Ci sistemammo nel cortiletto della scuola elementare,
l'unico edificio che era rimasto in piedi senza lesioni e dove Don Cecchini, giudicandolo
solido, continuò a dormire a dispetto delle numerose scosse che poi si susseguirono.
Era il pomeriggio dell11 settembre. Appena il tempo di montare le tende e
subito ci furono due forti scosse, linizio di una serie di eventi sismici noti come
la replica della scossa di Maggio. In questo frangente e dopo ognuna delle frequentissime
scosse dei giorni seguenti, la confidenza che Don Cecchini mostrò di avere con i
terremoti fu preziosa per smorzare le forti tensioni emotive che ogni evento provocava,
soprattutto negli abitanti del paese.
Nei giorni seguenti cominciammo il lavoro e conoscemmo gli abitanti di Porzus
che, ovviamente, vivevano in tenda. Erano in tutto quindici famiglie. Gente semplice e
schiva, abituata al vivere duro della montagna ma che, ad ogni nuova scossa, sprofondava
in uno stato di assoluta disperazione. La stessa che avremmo conosciuto anche noi gualdesi
e che proviene direttamente dalla perdita della più solida delle certezze, dellidea
stessa di solidità: la terra, la "tua" terra che ti tradisce sfuggendo da sotto
i piedi, dalle fondamenta delle case e da quelle dei tuoi più profondi riferimenti,
spaziali e mentali.
La notte del 14 una lunga scossa ci sbalzò a terra dalle brandine delle tende
dove dormivamo. Subito dopo vedemmo la luce delle torce e sentimmo il vociare concitato
degli abitanti del paese, raccolti in una sorta di assemblea spontanea, alla quale
partecipammo capendo pochissimo di quello che dicevano con quel dialetto di confine. Si
erano riuniti dove noi eravamo per il conforto che la nostra presenza, da sola, dava loro
e ne condividemmo la paura, annegandola nella grappa che anche quella volta era comparsa
in grandi bottiglie fatte girare di mano in mano.
Il giorno dopo, alle 9.21, ecco unaltra fortissima scossa (6° Richter),
con crolli e feriti. Subito ci si rese conto che lopera di ricostruzione, così come
si era andata realizzando per tutta lestate, era messa in discussione. In vista
dellinverno imminente, era urgentissimo trovare soluzioni alternative per accogliere
le persone. Decidemmo di partire e di organizzare la raccolta di fondi per acquistare un
prefabbricato e donarlo al paese. Non sapevamo come avrebbero risposto i gualdesi a questa
iniziativa, né quanto tempo avremmo impiegato per concluderla.
Al nostro rientro fu allestito un banco sulle scalette della chiesa di S.
Francesco. La generosità dei gualdesi andò oltre ogni aspettativa: nel giro di
pochissimi giorni, sommando il ricavato della nostra raccolta di fondi a quelli raccolti
direttamente da Don Cecchini, furono acquistate ben quindici casette prefabbricate in
metallo, che furono consegnate prima dellinizio dellinverno a ognuna delle
famiglie di Porzus. Ad emergenza finita, il Comune di Attimis ha conferito, a noi e alla
città di Gualdo Tadino, un attestato di ringraziamento per l'opera svolta che nessuno,
per la verità, andò a ritirare.
Molti anni dopo, a Gualdo, venne il nostro turno nel provare paura e sconforto e
nel manifestare gratitudine verso coloro che ci furono vicini: lanno prossimo
saranno dieci anni e in molti ne parleranno. Ma questa è unaltra storia.
Noi, i cinque scout, siamo: Angelo Bossi, Umberto Balloni, Claudio Merli, Ermanno
Rosi e Stefano Rosi.
Stefano Rosi
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