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N. 3 - Marzo 2007

Accademia dei Romiti

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Palazzo Mancinelli

La nuova toponomastica

Luci ed ombre di un provvedimento


Sono fiorite durante le settimane scorse sulle nostre strade numerose targhe segnaletiche con tanti nomi di nuove vie, cui farà seguito l’apposizione dei nuovi numeri civici: targhe con nomi destinati a rendere più leggibile il paese, specialmente nelle zone di marcata recente espansione edilizia, dove individuare il recapito di una persona era legato spesso alla conoscenza personale o alla memoria storica, che per i tanti nuovi arrivati non esiste. Era un provvedimento necessario, al quale inutilmente avevano messo mano in più occasioni le varie amministrazioni comunali succedutesi negli ultimi cinquant’anni, e che si era acuito in particolare con l’arrivo dei tanti immigrati che hanno portato ad un rinnovo pressoché totale della popolazione.

 

Luci ed ombre dicevamo.

 

Un’ombra, senza dubbio, è costituita da quel "Viale Mancinelli" che farebbe pensare ad un personaggio mai esistito. La genesi del toponimo Palazzo Mancinelli non deriva da nessun cavaliere, più o meno errante, che recasse questo nome, ma è ricostruita dallo storico Ruggero Guerrieri nella sua "Storia civile ed ecclesiastica del comune di Gualdo Tadino"; basterebbe solo leggerla.

 

Quanto alle luci riteniamo segnalare la intitolazione di due strade alla memoria di due concittadini illustri di Palazzo Mancinelli, che correvano il rischio di cadere nel dimenticatoio: Mons. Giuseppe Stella, nato nella vicina località di Genga, e padre Domenico Anderlini, della cui vicenda umana riportiamo una breve cronistoria a titolo informativo.

 

Mons. Giuseppe Stella

 

Nacque il 31 dicembre 1794 da una famiglia poverissima nelle "quattro case" di Genga, presso Palazzo Mancinelli, e abbracciò la vita religiosa; spirito indipendente, apprezzato per la sua acutezza anche dal filosofo Antonio Rosmini prima di una clamorosa rottura fra i due, non esitò ad entrare in contrasto anche con l’autorità ecclesiastica finché fu accolto più tardi dal Cardinale Giovanni Mastai Ferretti che, nel 1846, quando fu eletto Papa con il nome di Pio IX, lo prese con sé come "Cameriere partecipante" (segretario).

 

In questa veste mons. Giuseppe Stella visse nei palazzi Vaticani, a stretto contatto e confidente del Papa, seguendo in prima persona le complesse vicende che segnarono l’agonia dello Stato Pontificio, attraverso l’annessione della gran parte dello stesso al Regno d’Italia nel 1860, poi quasi fino alla fine con la breccia di Porta Pia nel 1870.

 

Nei difficili anni del Risorgimento mons. Giuseppe Stella fu un autentico ambasciatore della sua terra di origine presso la corte pontificia che era il governo del momento; attraverso fitti scambi di corrispondenza con il gonfaloniere Emiliano Giorenghi, favorendo le carriere di altri prelati gualdesi e contribuendo alla soluzione di grossi problemi della città, tanto che la "Municipalità" gualdese iscrisse l’umile contadino di Genga nell’Albo dei Nobili del Comune, e collocò in suo onore anche una memoria lapidea all’interno del Palazzo Comunale "per i meriti conseguiti per la beneficenza ed attaccamento alla città natale".

 

Morendo, il 12 luglio del 1870, lasciò tutti i suoi averi con vincolo di destinazione per la costruzione dell’attuale cimitero di Gualdo Tadino.

 

Il pioniere Padre Domenico

 

05danderlini.jpg (3698 byte)Padre Domenico, al secolo Giovanni Anderlini, ultimo rampollo di una famiglia estinta (non c’è alcun vincolo di parentela con chi scrive), nacque a Palazzo Mancinelli nel 1876 e, dopo aver abbracciato la vita religiosa come frate cappuccino, nel 1909 ebbe l’incarico di guidare in Brasile il gruppo di Missionari che fondarono la missione francescana di Manaus, nella sterminata ed insalubre regione dell’alto Solimoes.

 

Il pioniere Padre Domenico

 

Dedicò l’intera esistenza, oltre che alla propagazione del messaggio evangelico, alla elevazione civile e sociale delle popolazioni indigene, e morì nel 1957, dopo 48 anni di missione, senza essere mai tornato in patria.

 

E' ricordato ancora oggi "per la sua scienza, prudenza, dinamismo, zelo apostolico e santità di vita" ed è venerato come morto "in concetto di santità".

 

(Valerio Anderlini)

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