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N. 4 - Aprile 2007

Accademia dei Romiti

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L'Italia: paese impazzito?

 

di Gianni Pasquarelli


Si dice e si scrive in questi giorni che l’Italia stia impazzendo. Le curve degli stadi sono una miscela esplosiva di rabbia e di rissa, non tifoseria scalmanata e nemmeno giovanilismo acerbo. Sono altro, un altro che si fatica a interpretare. I sociologismi non aiutano granché a capire, gli stessi sociologi dicono ognuno la sua, spesso sgambettandosi l’un l’altro. E allora il buio si fa fitto. Quando ci scappa il morto programmato, come purtroppo a Catania, e quando il morto s’impersona in un ispettore di polizia qual era Raciti, significa che è stata sconfitta la legge come regola fondante di convivenza, la quale rischia di esplodere come una caldaia per la troppa pressione. Se poi vi si somma il bullismo anche minorenne che non si contenta del sesso oramai divenuto merce ma si specializza nello stupro collettivo, il garbuglio s’infittisce ancora. Se infine vi si aggiunge l’ambiente del vicino di casa il quale, anziché fabbricare solidarismo come un tempo non remoto, cova odio, rancore e disprezzo fino alla strage di Erba, si riesce a capire perché si dica e si scriva che l’Italia sta impazzendo. Ma il perché o i perché di tanto terremoto sociale restano appesi per aria, in attesa che qualcuno sciolga il nodo di risposte convincenti.

 

E’ mia convinzione che a tanta inquietante realtà non sia estranea la predica di cattivi maestri che da un paio di secoli vanno legittimando più il diritto dell’individuo che quello della persona. Persona come un soggetto che vive in un rapporto aggregante con il prossimo; individuo, invece, come un soggetto che vive di se stesso in una specie di gelosa autosufficienza. Per l’illuminista Jean-Jacques Rousseau, il compito dell’educatore consiste nell’insegnare a vivere, e per vivere bene l’individuo deve usare i sensi, non deve radicarsi in alcun luogo del pianeta, deve avere per legge solo la propria volontà. Non si può dire che Rousseau non sia rimasto fedele al suo lapidario predicozzo. Ha cinque figli dalla compagna, se ne libera depositandoli nell’ospizio dei trovatelli, mentre a Venezia si compra una bambina di dieci anni per le sue serate. Dopo di lui, Federico Nietzsche fu egli pure un cattivo maestro, che però sa scrivere con creatività di pensiero, ha la penna intelligentemente graffiante, il periodare asciutto ma efficace. Scrive: " C’è soltanto un mondo ed è falso, crudele e senza senso …La morale, la religione e la scienza sono forme di menzogna, mentre Dio sa di muffa e non serve più". Altri cattivi maestri hanno nutrito il Sessantotto, la rivoluzione dei figli di papà contro i quali si scagliò argomentando Pier Paolo Pasolini. Il loro teorema si traduce in una manciata di slogan: "morte ai matusa", "vietato vietare" "l’immaginazione al potere", "diamo l’assalto al cielo" eccetera. Il corollario che ne discende santifica l’autonomia di ogni generazione sia da quella precedente che da quella che seguirà, insomma una sorta di corporazione che si occupa soltanto dei cavoli suoi. E infatti i "sessantottini" di ieri gestiscono oggi il potere tecnocratico e finanziario italiano. Non faccio i nomi perché sono arcinoti.

 

Tutto ciò mi fa ritenere che una delle cause dello sfarinarsi della società quale ogni giorno ci scodellano radio e televisione, sia anche da attribuire a quella rivoluzione sotto traccia che silenziosamente vellica i desideri capricciosi dei singoli promossi a inviolabili diritti, una specie di dittatura delle voglie non solo sessuali di minoranze individualistiche che finiscono per corrodere i principi che fanno la civiltà occidentale come somma di quella ellenica, romana, cristiana e illuministica, al netto, quest’ultima, della ghigliottina che ghigliottina se stessa sfociando nel dispotismo napoleonico. Per cui si ha la sensazione che sia molto più importante ascoltare le esigenze soggettive di pochi piuttosto che difendere le regole morali (laiche e religiose) dei più. Vi chiederete perché lo si fa, anzi, più esattamente, perché lo fanno i partiti, specie quelli rimasti orfani di ideologie sconfitte dalla storia. Essi, i partiti, finiscono per subire la crisi della società perché faticano a diagnosticarla, la subiscono passivamente perché sono botteghe elettorali e basta, osannanti la religione del potere per il potere senza più stelle polari, senza ideali, senza strategia che non sia quella della tattica fatta strategia.

 

Provate a seguire il dibattito politico in versione radiotelevisiva. Non contiene dubbio costruttivo, confronto leale, dialettica fertile, gusto socratico per l’autocritica, tentativo di condizionare la piega secolarizzante dei tempi nostri. Contiene, invece, scontro frontale, ideologismo ammuffito, violenza parolaia, demagogia a gogo, slogan acchiappavoti. Studiosi a cavallo fra Ottocento e primo Novecento prevedevano che l’interesse individuale e il prorompere del "soggettivo" avrebbero avuto la meglio sull’ "oggettivo", inteso come somma di principi etici e regole democratiche senza di cui una collettività si fa rissosa tribù. Aggiungevano, quegli studiosi, che il galoppante progresso della scienza avrebbe moltiplicato i futili desideri dei singoli, spingendo la politica a rincorrerli per fare seggio elettorale. E’ ciò che sta accadendo. Ma sta pure accadendo che la società d’oggi sia più violenta che quella di ieri, che la famiglia si slarghi per ospitare figli di primo, secondo e anche terzo letto, che la droga rimbambisca tanta gente incapace di misurarsi con la vita qual è, che lo stupro collettivo sia moda contagiante, e che la politica annaspi disorientata e disorientante. Non c’è da stare allegri: diciamocelo.

 

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