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N. 4 - Aprile 2007

Accademia dei Romiti

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Olocausto: noi non dimentichiamo

Una testimonianza davvero toccante raccolta dalla nostra Alessandra Artedia


E’ stato un incontro particolarmente toccante quello che ho avuto con il signor Remo. E’ una bella giornata, uno di quei chiari pomeriggi d’inverno avvolti da una luce dorata che filtra tra le fronde degli alberi del giardino della sua villa. Mi avvicino alla casa del protagonista. Sua moglie mi accoglie calorosamente e mi fa accomodare. A rendere ancora più confortevole il bel salone, arde un caminetto. Mi siedo e poco dopo arriva il mio interlocutore.

 

E' un distinto signore sull’ottantina. Si siede davanti a me. Iniziamo a parlare e gli chiedo di raccontarmi la sua esperienza. Mi mostra immediatamente una serie di fotogrammi in bianco e nero, degli articoli di giornale sulla recente cattura degli ultimi criminali nazisti, un libro scritto da un suo compagno di prigionia, ove viene riportato anche il suo nome. Si tratta del volume Tu passerai per il camino, di Vincenzo Pappalettera.

 

Non esistono parole per descrivere con adeguata efficacia quello che i miei occhi hanno visto in quei fotogrammi. Uomini non più tali, scheletri dai quali sporgono crani con occhi fissi, senza più espressione, labbra scarnite, prive di ogni anelito di vita. Mucchi di cadaveri affastellati, tra i quali si aggirano gli ultimi sopravvissuti.

 

Difficile ricordare, difficile e senza dubbio non piacevole ripensare a quei momenti e a come il fato sia riuscito a dare al protagonista dell’incontro la possibilità di raccontarceli. Non oso fargli domande troppo dirette, preferisco ascoltare la sua voce, il suo racconto che scorre fluido e sebbene con qualche pausa di silenzio. Comprendo il particolare momento in cui della storia non si è spettatori, bensì - e in questo caso purtroppo - protagonisti e, in quanto tali, testimoni, e cerco di spiegare l’importanza di quella sua testimonianza per tutti noi e in particolare per chi, come me e i miei coetanei e quelli delle generazioni future per ragioni anagrafiche hanno avuto la fortuna di non vivere questa tremenda pagina di storia. E così il signor Remo mi narra la sua esperienza.

 

La deportazione

 

Aveva vent’anni quando fu catturato per ragioni politiche e incarcerato dapprima a Torino, poi a Milano, a San Vittore e infine a Bolzano, tappa obbligatoria prima di varcare il confine, senza sapere la meta precisa verso la quale sarebbe stato condotto insieme ad altri prigionieri a bordo di un vagone bestiame, in piedi per dieci lunghi e interminabili giorni di viaggio, al freddo dell’inverno nordico, in mezzo agli escrementi, senza mangiare e senza bere. Leccare la condensa che si formava sulle pareti arrugginite del vagone era l’unico modo per alleviare la sete. I vagoni, scortati dai Nazisti e dai cani, procedevano a passo d’uomo. Giunti al campo non c’era differenza di trattamento tra i prigionieri. Tutti vennero fatti spogliare nudi e depilati con un acido, rasati i capelli, perlustrati in ogni orifizio del corpo a caccia di eventuali gioielli. Le scarpe gli vennero eccezionalmente lasciate, visto le misere condizioni in cui si trovavano, mentre normalmente venivano fatte togliere. Chi aveva la sventura di possedere protesi dentarie in oro veniva subito ucciso, in modo tale che quell’oro divenisse proprietà degli aguzzini. Non si aveva più diritto ad un nome. Unico contrassegno era un triangolo di diverso colore a seconda della nazionalità. Il rosso era per gli italiani. Da questo segno di riconoscimento prende il nome la rivista che ancora oggi viene inviata ai reduci.

 

Il campo di concentramento

 

Nei campi erano presenti in gran numero i così detti Kapos, delinquenti comuni, ergastolani, la cui carriera dipendeva esclusivamente dal dimostrare di avere la capacità di uccidere, seviziare e torturare innocenti, spesso anche per i motivi più banali. A Mauthausen non conveniva ammalarsi, poiché l’ospedale era in realtà una sorta di dormitorio per cavie umane, sulle quali i "dottorunculi" praticavano esperimenti con pretese scientifiche.

 

Ammalarsi non era infrequente. Il cibo era inesistente, dopo tredici ore di lavoro forzato, una zuppa acquosa di piselli secchi o fagioli svuotati, sulla cui superficie galleggiavano i vermi, era il pasto - se così si può chiamare - dei prigionieri. La notte si veniva svegliati di continuo da appelli, durante i quali bisognava recarsi fuori nell’appelplatz, (piazzale dell’appello) seminudi, con qualsiasi condizione atmosferica. Spesso, con la scusa di prigionieri mancanti all’appello, la soste all’addiaccio si prolungavano. La vita o la morte dipendeva dal capriccio del Kapo di turno e non era raro che si praticasse " il tiro al piccione". Se ad un Kapo venivano chieste un certo numero di vittime al giorno, questi non esitava a sparare sugli inermi.

 

I maltrattamenti

 

Le percosse che i Kapos infliggevano per i motivi più futili provocavano lividi che si trasformavano in piaghe purulente incapaci di guarire a causa del fisico indebolito e del duro lavoro che andava a provocare altre piaghe. Sul gelo si era costretti a camminare con gli zoccoli, spesso uno più grande e uno più piccolo, che laceravano i piedi, mentre il lavoro alla cava dilaniava le mani e le spalle.

 

Mauthausen era tristemente famosa per la così detta scala della morte. Centoottantasei gradini di diversa grandezza, ripidissimi, che dovevano essere percorsi dai deportati con grossi blocchi di pietra sulle spalle. Guai se il masso non era grande come nel desiderio degli aguzzini. Ogni giorno i gradini si coloravano del sangue delle vittime, le quali schiacciate dal peso dei blocchi cadevano e provocavano cadute a catena. Dall’alto della parete rocciosa i carnefici si divertivano a lanciare i deportati secondo i loro desideri sadici e irragionevoli e avevano beffardamente denominato quel faraglione Muro dei paracadutisti. Anche le donne dovevano svolgere questi lavori in fondo alla cava di Mauthausen. Le più belle venivano rinchiuse nelle case di tolleranza per soddisfare i desideri degli ufficiali delle SS e dei Kapos. Analoga sorte toccava ai ragazzi ritenuti di più bell’aspetto.

 

Gli abitanti dei villaggi circostanti "non sapevano nulla"e ancora oggi, se viene chiesto loro dove si trovano i campi di concentramento, rispondono di ignorarlo. A valle risiedevano in villette gli ufficiali nazisti, mani assassine che la sera coccolavano i propri figli e le proprie mogli, come se non stesse accadendo nulla. Più volte il signor Remo mi invita a leggere il libro scritto dal suo amico e più volte mi ripete di essere stato molto fortunato ad essere sopravvissuto a diciotto interminabili mesi di prigionia. La sua sopravvivenza forse la deve al suo cibarsi di lombrichi e di vermi che si formavano sotto le tavole di legno. A liberazione avvenuta si è dovuto sottoporre a due anni di iniezioni di insulina per poter riprendere una vita normale, dopo l’esperienza dei lager.

 

L’angoscia del ricordo

 

La possibilità di udire direttamente dalla voce dei protagonisti questa - seppur terribile - pagina di storia è fondamentale per chi non l’ha vissuta, per coloro i quali, hanno avuto in sorte i natali in un’epoca ben più confortevole e pertanto, a volte, proprio in virtù di queste ragioni anagrafiche la storia potrebbe apparire come una foglia morta, depositata tra le pagine di un libro, qualcosa che, poiché è passato, non è più e quasi si vela di leggendario. La storia tuttavia non può essere mai una leggenda, mai una favola, soprattutto in casi come questo, ove la crudeltà e l’efferatezza umana si sono rivelate nella maniera più terribilmente eclatante, ove l’uomo è stato lupo per l’altro uomo e ha fatto sì che si verificasse, come ha affermato lo scrittore Stefan Zweig, ebreo-austriaco fuggito in America durante il nazismo, "il più selvaggio trionfo della brutalità". L’ascesa del nazismo, afferma Zweig, ha avvelenato la fioritura della nostra cultura europea.[…] a noi fu riservato di vedere orrori che le ultime cinquanta generazioni non avevano più conosciuto e che quelle future è sperabile non più tollereranno.

 

Ed è per questo che noi non dimentichiamo, che vogliamo ricordare e imparare dagli errori della storia, perché la memoria è il nostro grazie per la libertà nella quale oggi possiamo vivere, cercando di non essere soltanto figli del nostro tempo, di non lasciarsi trascinare dagli eventi e dalle mode, dagli -ismi che popolano l’umanità e che restano in agguato, pronti a risvegliarsi, ad abbattersi sui numerosi Abele del momento, nonostante il progresso scientifico, progresso che aveva caratterizzato anche l’era del nazionalsocialismo e dei morti nel crematorio dei lager.

 

Al componimento di Elie Wiesel (premio Nobel per la pace 1986) sono affidate le ultime righe di questo spazio, affinché tutti i lettori possano meditare su quanto hanno sinora letto. Il passato può e deve essere superato, ma mai dimenticato.

 

Sono molte le atrocità / nel mondo e moltissimi / i pericoli / Ma di una cosa / Sono certo: / il male peggiore è l’indifferenza. / Il contrario dell’amore / Non è l’odio, ma l’indifferenza; / il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza; / il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma/l’indifferenza. / E' contro di essa che bisogna / Combattere con tutte / Le proprie forze. / E per farlo un’arma / Esiste: l’educazione. / Bisogna praticarla, diffonderla, / condividerla, esercitarla sempre dovunque. / Non arrendersi mai

Testimonianze

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