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N. 4 - Aprile 2007

Accademia dei Romiti

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 ALTRIMONDI - Rubrica di cultura e attualità a cura di Alessandra Artedia 

Nel paese dove non si muore mai

Ornela Vorpsi, scrittrice albanese, ci presenta il suo paese


Una scrittura caustica, incisiva a tratti sanguinolenta è quella di Ornela Vorpsi, che ci presenta, attraverso un io narrante o meglio i tre io narranti di Ina, Ornela, Eva un ritratto a tinte decisamente forti dell’Albania del dittatore Hoxha.

 

Ora verrebbe da chiedersi cosa c’entra con la nostra città un libro del genere. La risposta è chiara ed immediata: basta passeggiare per le vie per accorgersi di quanto Gualdo Tadino sia cambiato negli ultimi tre lustri.

 

Leggere un libro come quello di Ornela Vorpsi è senza dubbio un’occasione non solo di svago, come potrebbe essere l’attività del leggere in sé e per sé, bensì e soprattutto un vero e proprio arricchimento per conoscere la diversità che ci circonda, prima di giudicarla a priori. Inutile riportare belle parole altisonanti, perché le migrazioni sono un problema, uno sbaglio, una "sbavatura della storia" per dirla con le parole di uno scrittore italo-tunisino, con il quale dobbiamo convivere ogni giorno, e dobbiamo imparare a farlo, così come i nostri ospiti dovrebbero farlo con noi. Non c’è punto di ritorno quando si emigra.

 

L’emigrato si è, per così dire, autoostracizzato, e una volta fuori dal suo paese di origine, vive quella doppia estraneità che lo porta a guardare con altri occhi, a guardare dall’esterno e forse anche con una maggiore oggettività, sia la terra di origine, sia quella di destinazione. Vorpsi, nel suo secondo romanzo, La mano che non mordi uscito lo scorso febbraio, mette in bocca della protagonista queste parole, proprio per descrivere la condizione dello straniero:
"Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro."

 

Significativo l’incipit del libro, la dedica ove si legge che l’opera è dedicato dall’autrice alla parola umiltà di cui, dice, è privo il lessico albanese e una tale mancanza, "può dare origine a fenomeni assai curiosi nell’andamento di un popolo".

 

L’Albania è definito il paese dove non si muore mai, dove non si prende mai in considerazione la propria morte, ma sempre e solo quella degli altri. L’aridità del luogo "fatto di polvere e fango" ove "il sole brucia al punto che le foglie della vigna si arrugginiscono e la ragione comincia a liquefarsi" può leggersi già dalle prima righe del testo. La società albanese è descritta come una società altamente maschilista, ove le donne possono solo essere un oggetto di desiderio e perversione, e, quelle belle in particolare, sono a priori poco di buono, mentre quelle brutte, proprio perché nessuno vorrebbe portarsele a letto, sono oneste. Da qui scaturisce quel fenomeno che, secondo l’autrice, costituisce una caratteristica portante per la società albanese, il cosiddetto " fenomeno della puttaneria". Le bambine, sin da piccole, specie se carine, vengono cresciute con l’idea che tanto l’unico destin che le attende è quello della prostituzione e che, se gli effetti dell’atto sessuale consumato di nascosto si manifesteranno con un evento gravidico, poco celabile, allora, le loro famiglie " mangeranno il pane spalmato di vergogna". Si narra infatti di ragazze che, costrette a vendersi per fame, per non subire una tale vergogna, si sono gettate in un lago descritto come pieno di insidie e mulinelli" per sparire in due". A rimarcare il maschilismo e la durezza di questa società, Vorpsi riporta un detto per il quale "un uomo si lava con un pezzo di sapone e torna come nuovo, mentre una ragazza non la lava neanche il mare. L’intero mare".

 

La durezza del regime ha indurito e segnato fortemente il comportamento delle persone, in un Paese descritto come pieno di contraddizioni, bruciato dal sole, ove quel sole ha forse inaridito anche i cuori, ove si può finire in galera per aver detto che al mercato non si trovavano più patate, ove è impossibile qualsiasi tipo di iniziativa privata infatti un calzolaio viene incarcerato perché tentava di vendere scarpe da lui costruite. Il dolore, la sensualità e la passione percorrono l’intero libro, che non ha una trama unica bensì è costituito da una serie di capitoli che narrano diversi aspetti e problematiche dell’Albania comunista e del popolo albanese. L’amore e la sensualità sono vissuti come passione, nel senso di grande sofferenza, di sangue, di morte e, nel quarto capitolo, intitolato Corona di Cristo questo tormento diviene più esplicita. Sebbene non diretta, trapela attraverso l’insistenza del paragone col fiore della passiflora, il fiore della passione appunto. Attraverso gli occhi di una bambina che osserva il fiore, viene spesso rimarcata la sofferenza amorosa, il fatto che l’amore sia sangue, dolore, scoperta sconvolgente, morte. Neanche le bambine, poiché una di loro diviene vittima delle attenzioni viscide di un ottantacinquenne, riescono a salvarsi da questo vortice che pare risucchiare il mondo e l’intera società albanese, la quale appare qui incapace di sfuggire al doppio binomio di amore /morte, Sesso/sangue. Ciò appare particolarmente esplicito nel momento in cui si afferma: "oh gli uomini, maledizione, le donne, l’amore, il sangue e il sesso nero". L’Albania per Vorpsi è incapace di ragionare in altri termini, in termini che non siano amore, sangue, morte. Ed entra così in contraddizione con il titolo dell’opera, che viene significativamente ad intitolarsi il paese dove non si muore mai, ove si dice " Vivi che ti odio e muori che ti piango".

 

Alessandra Artedia

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