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N. 6 - Giugno 2007

Accademia dei Romiti

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Sulla libertà dei costumi

 

di Marcello Paci


Il tema delle libertà civili che, nella cronaca di questi tempi, ha portato a ridiscutere il concetto e l’'istituzione della famiglia, il riconoscimento delle coppie di fatto, o la tolleranza per l'uso di droghe, si risolve spesso in un danno, quando non addirittura in una tragedia, per le classi sociali meno privilegiate. La cultura dominante dice loro, che i limiti delle scelte individuali si dilatano, si affrancano da convenzioni, condizionamenti religiosi, etici e familiari. Tutto viene ricondotto alla responsabilità individuale, alle scelte personali. L’unico limite si sottintende, è la libertà degli altri. Nel nostro paese, questa cultura laica di derivazione anglosassone, va sostituendo un backgroud valoriale costruito in secoli di educazione cattolica e, più recentemente marxista. L’operazione si è svolta con l’appoggio convinto dei movimenti e partiti di sinistra (con molti distinguo, sino agli anni 90 dal partito Comunista che, in materia di costumi, era molto meno libertario degli altri). Pregiudiziali di ordine filosofico e culturale, alfiere dì bisogni sociali ben più essenziali, sentimenti antiamericani e anti-liberali, riassumono i motivi di questa tiepidezza, per lo meno negli anni passati.

 

A destra, con l’eccezione del vecchio partito liberale, e al centro, le posizioni :sono state più conservatrici, per i condizionamenti della Chiesa, o anche per una sincera adesione ai valori della tradizione. Alla fine il mondo intellettuale, da sempre di sinistra, ha cavalcato il cambiamento, per sua natura progressista, o per mera adesione a novità che muovono le acque stagnanti, o per mode salottiere. Sta di fatto che le masse sono arrivate disorientate all’appuntamento. Discorso diverso per le minoranze privilegiate di politici, intellettuali, borghesi: per antica consuetudine si sono sempre presi le loro libertà, anche con danno degli altri, e magari mascherate dietro un'apparenza che una volta si sarebbe detto di rispettabilità. Hanno sempre avuto i mezzi culturali, economici, di relazioni e consorterie per infischiarsene delle comuni regole, del socialmente corretto, della tradizione. No, il problema è stato per la gente comune, che è la maggioranza, a cui mancano spesso gli strumenti per gestire queste novità.

 

La perdita di sicuri punti di riferimento genera sgomento e incoraggia ad un approccio edonistico alle nuove libertà del pensiero globalizzante, in ossequio all’unico stato che viene loro riconosciuto, quello dei consumatori. Si osserva un'inquietante sinergia tra il relativismo culturale e l’introduzione di nuovi bisogni, la soddisfazione dei quali arricchisce i nuovi padroni del capitale finanziario. Sì comprende quindi, perché l’abolizione dei limiti finisce per diventare funzionale al sistema economico. E in un capovolgimento di posizioni, la classe dominante, per sua natura conservatrice, diventa fautrice di cambiamenti: progressista. La cronaca degli ultimi decenni ha registrato il costo di questa liberalizzazione: la diffusione delle droghe, con l'annientamento di quote importanti di intere generazioni. Scomparsi per overdose o malattie correlate, o ridotti dall'indigenza a gonfiare le schiere di disperati ed emarginati che crescono nelle nostre città, sottratti alla comunità civile con la quale confliggono con azioni microcriminali, operatori e vittime del business della produzione e dello spaccio, in mano a gente dai colletti bianchi.

 

La risposta fiacca dello stato, che non ce la fa a contrastare, o secondo i soliti maligni, toIlera perché gli conviene. Ed, oltre alla droga, la distruzione dell’istituto familiare e nuove mode comportamentali come lo sballo di fine settimana, con la conseguente strage degli incidenti stradali: sono solo alcuni esempi. Ed anche qui la tolleranza per non disturbare le lobbies che lucrano con l’industria del divertimentifricio. Come sempre, a pagare i più deboli, le classi sociali più basse, senza paracadute, spesso lasciati soli. Da sempre lo stato, con la famiglia, con la scuola, ha dettato regole e comportamenti. Nei regimi dittatoriali lo stato ha assunto una dimensione etica che rendeva coercitive queste regole, nei regimi democratici, scomparsa la dimensione etica, le regole sono diventate meno cogenti, fidando nella condivisione delle stesse a livello di libera scelta, di civiltà di valori condivisi senza bisogno di coercizione, come espressione di raggiunta maturità.In altre parole i sistemi liberali, contro quelli etici, tendono a favorire le differenze, a lasciarle esprimere e ritenerle funzionali alla democrazia. Ma il processo è dinamico, mai compiuto, necessita di istituzioni autorevoli. La scomparsa dello stato etico, il consolidamento delle libertà individuali, presuppone come contrappasso l’aumento della virtù a livello delle persone e delle organizzazioni chele rappresentano. Per antica consuetudine, per la storia, per la mancanza di fatti e grandi figure di riferimento per tante altre ragioni, l'agire e il pensare virtuoso latita diffusamente. Il rispetto delle leggi è una variabile dipendente dalle circostanze. L'inadempienza costume tollerato. In queste situazioni l'invocazione dell'uomo forte si diffonde a vasti strati della popolazione, in una deriva qualunquista nostalgica che guarda al passato per non confrontarsi con il presente e non costruire il futuro. Occorrono nuove motivazioni ed entusiasmi per colmare il ritardo accumulato e riprendere il cammino del progresso.

Costume e società

 

 

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