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N. 6 - Giugno 2007

Accademia dei Romiti

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Quando gli stranieri eravamo noi

Ennio e Gilda raccontano la loro esperienza di emigrazione


10minatori0706.jpg (14143 byte)Un incontro molto toccante e che porta di sicuro alla riflessione è stato quello con Ennio e Gilda.

 

Ennio mi racconta la sua storia ed è costretto spesso a pause per riprendere fiato. I suoi polmoni hanno respirato per 18 anni l’aria delle miniere di antracite. Ennio è solo uno dei molti italiani che hanno pagato con la salute la ricchezza del Belgio e il benessere dell’intera Europa dell’epoca.

 

A diciassette anni, il 13 gennaio 1951, Ennio con un passaporto da turista, perché privo di un contratto di lavoro, si mette in viaggio sul treno della speranza lasciando in Italia i genitori e molti fratelli.

 

Non essendo ancora maggiorenne, il signor Ennio racconta di essere rimasto per quaranta giorni senza lavoro e senza soldi, aiutatato da un connazionale del nord Italia che gestiva la locanda dove aveva trovato alloggio. Le leggi belghe erano molto dure e chi non voleva lavorare o non si sentiva di scendere in miniera, ambiente della cui realtà non si era davvero coscienti fino all’arrivo in Belgio, finiva in prigione e vi rimaneva fin tanto che non si era riempito un convoglio per il rimpatrio. Solo i maggiorenni potevano ottenere un contratto di lavoro. Ennio racconta di aver accettato di lavorare di notte e per diciotto lunghi anni è sceso a fare il suo turno a 1300 metri di profondità. Un ascensore che correva a velocità pazzesche in 60 secondi raggiungeva le viscere della terra. Si lottava per poter entrare per primi, poiché l’ordine veniva rispettato anche per la risalita.

 

Il turno notturno, a differenza di quello diurno, comportava la necessità di portare con sé meno attrezzi ed era meno polveroso. Ennio svolgeva una mansione molto delicata e pericolosa all’interno della miniera: si occupava di disarmare le gallerie, di togliere cioè le impalcature per montarle altrove e preparare quindi la galleria per gli operai del turno successivo addetti all’estrazione. Nei cunicoli si era costretti a strisciare come serpi poiché vi era uno spazio di circa quaranta centimetri. A quella profondità convivevano uomini e topi in una agghiacciante promiscuità. Spesso ratti giganteschi attaccavano i minatori e rosicchiavano loro anche gli abiti se non riuscivano a trovare nulla da mangiare. Per questo motivo il loro pasto era conservato in scatole di alluminio. Insieme ad una bottiglia di latta contenente caffè di cicoria, -dato che l’acqua in miniera non era potabile- due lampade, una antigrisou, l’altra lampada sull’elmetto, un’ascia, una sega, una mazza costituivano il corredo del minatore. Ogni minatore era contraddistinto da un numero e non più dal proprio nome perché l’antracite era così grassa cha si attaccava alla pelle rendendo irriconoscibili e non si riusciva mai a pulirla del tutto, neanche con i detergenti speciali.

 

Ogni turno era ad alto rischio. Le condizioni di lavoro erano quasi disumane e per questo si era resa necessaria la manodopera straniera. I Belgi avevano abbandonato quel tipo di lavoro anche per motivi di salute e avevano lasciato il campo alle forze fresche dei giovani stranieri, speranzosi e pieni di buona volontà.

 

Il ruolo del signor Ennio all’interno della miniera era molto pericoloso: togliendo i ponteggi si rischiava infatti da essere travolti dai detriti della miniera. Nei suoi racconti egli mi ha parlato degli scricchiolii che si sentivano ad ogni asse di legno tolto e rimesso. La montagna esercitava una forza tale che le travi di legno si compenetravano, come si può osservare nella prima immagine qui riportata. Il nemico più acerrimo del minatore è senza dubbio il grisou, quell’insidioso gas che si forma all’interno delle miniere di carbone, provocando esplosioni e incendi che possono essere spenti soltanto soffocando il fuoco con la sabbia spedita dalla superficie. La lampada di sicurezza avvisava della presenza di questo gas e il minatore doveva far attenzione all’altezza della fiammella: quando questa aumentava era meglio tornare indietro e alla svelta.

 

All’inizio degli anni Sessanta le miniere vennero chiuse anche in seguito al disastro di Marcinelle e i minatori spediti ai cosi detti "Centri di riadattamento". A questi centri è stato spedito anche il signor Ennio, il quale venne dapprima impiegato come aiuto nella conta dei tir che trasportavano materiale per riempire i cunicoli delle miniere chiuse. Nel 1968 Ennio è diventato elettricista civile ed industriale e in quello stesso anno ha deciso di rientrare in Italia.

 

Sua moglie Gilda è stata invece protagonista di un destino di triplice emigrazione. Di origini campane e siciliane, la signora Gilda compie gli studi fino al 4 liceo e in Belgio svolge varie mansioni. Da impiegata a interprete a filatrice fino al 1957, anno di nascita del figlio Massimo. Nel 1968, dovendo seguire il marito di rientro in Italia, subisce un atro trapianto: quello nel paese del marito: Caprara di Gualdo Tadino, ove tutt’ora risiedono i due coniugi.

 

Nei ricordi di entrambi forte è la ferita provocata oltre che dallo sradicamento, dal razzismo del popolo belga nei confronti degli italiani, soprattutto nei ricordi di Ennio, mentre la signora ha dei ricordi più positivi ed esalta spesso l’efficienza del paese nordico, sebbene talvolta riaffiorino anche in lei questi spiacevoli sedimenti della memoria.

 

La storia di Ennio e Gilda è solo una delle tante che hanno caratterizzato le nostre zone, e che sauna testimonianza per capire che in un tempo non troppo lontano gli stranieri siamo stati anche noi, trattati e considerati alla stessa stregua di come oggi vengono spesso considerati e trattati gli immigrati.

 

Alessandra Artedia

Emigrazioni

 

 

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