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N. 6 - Giugno 2007

Accademia dei Romiti

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La malattia sociale del carbonchio a Gualdo Tadino


Viaggiando spesso su Internet, in special modo in quei siti che propongono materiale da collezione, mi sono imbattuto in un volumetto del 1800 molto interessante che analizzava la situazione sul carbonchio nel territorio di Gualdo Tadino. Venutone in possesso dopo lunghe trattative ho scoperto che si tratta veramente di un’opera interessante e ricca di notizie scientifiche e di casi clinici locali.

 

L’autore è il dottor Enrico Locatelli, medico condotto a Gualdo Tadino e Costacciaro, attivo dal 1855 al 1857 e l’opera porta il titolo "Alcune riflessioni sul carbonchio animale in confutazione a quelle del dottor Carlo Busi" . La stampa è stata eseguita a Fano nel 1857. Il Locatelli era figlio del dott. Luigi Locatelli, chirurgo condotto a Cantiano.

 

Il carbonchio è una malattia infettiva acuta causata dal batterio Bacillus anthracis, un germe produttore di spore che possono sopravvivere a lungo nell’ambiente; una malattia che colpisce soprattutto gli animali erbivori, ma può interessare anche l’uomo. Di solito gli uomini acquisiscono la malattia per contatto con animali infetti, soprattutto durante la lavorazione di derivati animali quali pelo, pelle, lana e ossa; per questo il carbonchio è frequente nelle zone agricole in cui la malattia è comune nel bestiame. differenza di altre zone geografiche (ad esempio gli USA) ove la malattia tra gli animali è stata eliminata, in Italia fino a tempi recenti si sono verificati casi di carbonchio animale e occasionalmente viene registrato anche qualche decesso umano.

 

La trasmissione diretta dell’infezione da persona a persona è estremamente rara. Nell’uomo, esistono tre forme cliniche della malattia: la forma respiratoria, la forma cutanea e la forma gastrointestinale. Il tempo di incubazione varia da poche ore a 7 giorni. La forma respiratoria si manifesta inizialmente come un comune raffreddore. Dopo alcuni giorni i sintomi possono peggiorare, fino all’insufficienza respiratoria. La forma intestinale ha come sintomi iniziali nausea, perdita di appetito, vomito e febbre, seguiti da dolore addominale, vomito con sangue e diarrea grave.La forma cutanea invece è caratterizzata inizialmente da un’ulcera della pelle, non dolente, che si verifica nel punto in cui si è venuti a contatto con il germe, e successivamente da un’infezione generalizzata, con setticemia.

 

Oggi la malattia, grazie agli antibiotici (penicillina, doxiciclina e fluorochinolonici) è facilmente curabile. Il trattamento antibiotico è efficace anche nel prevenire la malattia. Siccome l’antrace non si trasmette da persona a persona, il trattamento preventivo non è indicato per chi ha avuto contatti con una persona ammalata, come i familiari, gli amici o i colleghi di lavoro, a meno che questi non siano stati esposti alla stessa fonte di infezione.Nell’Ottocento, però, quando ancora non esistevano gli antibiotici, essere colpiti dall’antrace rappresentava un evento di una certa gravità.

 

Questo prezioso volumetto, oltre alle solite teorie filosofiche, contiene precisi riferimenti contro le teorie del Busi e descrive, in base all’esperienza "sul campo" le tre forme cutanee più frequenti, in base alla gravità: 1) pustola maligna leggera con gangrena circoscritta; 2) pustola maligna grave con gangrena diffusa; pustola maligna mortale con alterazione del sangue e di uno o più visceri.

 

Ma come curava il Locatelli il carbonchio ai gualdesi? Ecco la sua descrizione: "Estirpo all’uso di Bayle il tubercolo carbonchioso e cauterizzo col nitrato d’argento il fondo della ferita resultante dall’escissione, onde distruggere qualunque anche piccolissima parte di materia carbonchiosa, e modificare salutarmente i tessuti. Preferisco tal metodo alla cauterizzazione semplice, perché con quello ho maggior sicurezza di dominare la malattia e distruggerla in totalità; e per le riminiscenze di una lunga pratica fortunatissima del mio amato genitore Luigi Locatelli chirurgo condotto a Cantiano, one pure domina endemico il Carbonchio. Spessissimo è sufficiente aggiungere al trattamento esterno surriferito un purgante salino, o una passata oleosa, per vedere abortire la malattia, quando non sia avanzata. Quando però abbia fatto dei progressi, quando fenomeni d’infezione generale siano già venuti in iscena, aborrando dalla polifarmacia, allontanata la causa di ulteriore colluvie coinquinante, mi limito ad una cura leggermente evacuante sul generale; aspergo la morbosa località delle polveri di china e canfora; pratico a seconda dei casi delle lozioni, delle iniezioni con decotto di china, in cui faccio sciogliere del cloruro di calce; e sovrappongo impiastri di linseme bolliti con una decozione di camomilla. Se i poteri vitali sono molto depressi e la colluvie persista adopero il rabarbaro, il quassio, l’arancio, in leggerissima infusione, che mi ha sempre corrisposto, non trascurando a suo tempo l’uso interno della china. Se circostanze più gravi lo esigessero, non avrei difficoltà di ricorrere al laudano, all’etere, onde ravvivare le cadenti forze dell’organismo. raramente mi sono giovato del salasso; non mai dei vescicanti".

 

Con questo metodo curò i seguenti pazienti: Michele Gubbini (1834-1913) di Capodacqua; Giovanna Martini in Matteucci (1821-1893) di Morano "luogo montano e selvoso"; Vittorio Guerrieri di Palazzolo di anni 40; Ubaldo Sensi (1834-1912) detto Formica di Palazzo Mancinelli; Luigi Mancini (1828-1886), vetturino; Domenico Fazi (1793-1858), contadino possidente; Agnese Viventi; Antonio Staccioni (1823-1880), fabbro ferraio; Lucia Pettinelli; Filomena Cherubini (1843-1918); David Troiani; Simone Tittarelli, Elisabetta Baldellini in Pascucci (1819-1875) di Pieve di Compresseto; David Borio (1847-1868) ucciso poi a Valsorda il 18 luglio 1868; Antonio Tardioli; Domenica Borio.

 

Daniele Amoni

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