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N. 7 - Luglio 2007

Accademia dei Romiti

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Il ruolo della montagna per Gualdo e la sua gente

Elementi di riflessione per conoscere, apprezzare, valorizzare il nostro territorio

 

di Mauro Mancini


07montagna0707.jpg (19490 byte)Oggi noi siamo abituati a vivere la nostra montagna solo come luogo di svago, ma non sempre è stato così, la nostra cultura, la nostra economia è profondamente legata alle sue cime, ai sentieri che la percorrono carichi di storia e tracciati dal lavoro dell’uomo.

 

Nel precedente numero del giornale si era preso in esame un documento di fine Settecento, da cui si poteva dedurre l’importanza che la montagna, con le sue selve ed i suoi pascoli, rivestiva per i Gualdesi. L’economia, anche quella legata alla produzione della ceramica, oltre a quella pastorale, viaggiava grazie al "Monte".

 

Gli insediamenti montani e la produzione agricola

 

Da sempre, comunque, la nostra gente ha avuto un rapporto strettissimo con i rilievi che ci sovrastano . L. Bonomi Ponzi scrive che le comunità locali, nell’età del Bronzo vivevano in insediamenti "sommitali"ed il paesaggio montano del nostro Appennino è caratterizzato dalla presenza di una linea di "castellieri" a quote tra i 900-1000 metri. Questa linea di "castellieri", rappresentano, per Ivo Picchiarelli il risultato di un grandioso appoderamento che aveva trasformato le aree pianeggianti delle nostre montagne in campi coltivati. In questi territori si coltivava un cereale (il farro) resistentissimo al freddo, ed anzi da questo stimolato nel processo di germinazione. Anche la toponomastica viene in aiuto a Picchiarelli nel sostenere la sua tesi: termini come Puro, Trebbio (o Tribbio), Mola, rimandano all’identità cerealicola delle sommità oggi prative. In epoca etrusca e romana, la bonifica dei fondovalle ha portato la sostituzione del farro con il grano ed una diversa utilizzazione dei pianori sommitali, che non sono stati rioccupati dalla selva, ma mantenuti liberi ed utilizzati per il pascolo del bestiame.

 

Le vie di comunicazione

 

Sempre in epoca preromana, ci ricorda Maddalena Fagiani, attraverso la montagna passavano le vie di comunicazione che collegavano le popolazioni Umbre dei due versanti, percorsi che vennero riutilizzati in seguito dai Romani: Assisi –Gualdo Tadino –Passo Valmare –Valle del Giano; Perugia –Arna –Gubbio – Gualdo Tadino – Passo Valsorda o Passo Cattivo – Belvedere; Gubbio – Fossato di Vico – Passo Croce d’Appennino – Valico di Fossato –Valle del Giano.

 

La sacralità del Monte

 

Ma "Il Monte", per la nostra gente non ha avuto solo un valore economico, il Monte è un luogo sacro. Il monte, afferma sempre la Fagiani era centro di riferimento per le attività religiose e "politiche" del territorio e la "nazione umbra" aveva costruito una sorta di via sacra che collegava i vari santuari dal monte Nerone al Catria, proseguendo per le creste degli altri monti sacri (il Cucco, il Colle Aiale di Fossato, il Monte Maggio, il Monte Nero, il Monte Merlana, il Monte Pennino). Tale percorso è stato ripristinato e reso agibile, in epoca recente dal CAI.

 

La selva e i pascoli negli Statuti cittadini.

 

Una sorta di Guardia Forestale, nella nostra realtà esisteva fin dal medioevo; negli Statuti Cittadini infatti troviamo che a presiedere alla salvaguardia del patrimonio boschivo erano preposti quattro custodi, uno per ogni Porta, che sotto giuramento, s’impegnavano a vigilare e custodire, e se negligenti pagavano il danno personalmente loro.

 

L’abitudine di coltivare il monte era in uso anche in epoca medievale se veniva proibito disboscare per coltivare grano nelle proprietà della comunità, in particolare a Sparagara, Fringuello e Lentiere.

 

Oltre l’"officio" dei custodi delle selve c’era anche l’"officio" dei sindaci dei monti , delle selve e dei terreni dissodati, si trattava di agenti preposti a controllare che il grano raccolto in montagna o nei terreni dissodati di proprietà della comunità venisse portato al monte di Pietà.

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