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N. 7 - Luglio 2007

Accademia dei Romiti

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Intervista ad Aurélie Filippetti

 

Guido Caldiron


È una storia che corre lungo quasi un secolo, dall'inizio dell'emigrazione italiana verso le miniere e le acciaierie francesi della Lorena fino alla chiusura delle ultime mine negli anni Novanta, e che scende fino a ottocento metri sottoterra per raccogliere le tracce di una memoria fatta di lavoro, lotte e solidarietà. Nel suo Gli ultimi giorni della classe operaia, Marco Tropea Editore (pp. 155, euro 12,00), Aurélie Filippetti non salda solo un debito d'amore nei confronti della famiglia di minatori nella quale è nata, ma traccia anche un profilo di ciò che il lavoro ha rappresentato, socialmente e culturalmente, perlomeno nell'ultimo secolo.

 

Come le è nata l'idea di raccontare la storia della sua famiglia e dell dei minatori della Lorena?

 

Da sempre avrei voluto raccontare questa storia, anche perché mi ero resa conto che in pochi sembravano conoscere le vicende di quelle famiglie di immigrati italiani e polacchi finiti a fare i minatori e gli operai in Lorena. Dopo la chiusura delle ultime miniere, sulla regione e su quelle storie era calato un silenzio completo. Inoltre sentivo il bisogno di narrare quella storia, perché si trattava anche della mia storia, della storia della mia famiglia. Per questo il lavoro è stato lungo, mi ci sono voluti più di cinque anni: mi sono documentata sulla storia dell'epoca, ma ho anche attinto alle memorie individuali di molti dei miei familiari, senza però dire loro quello che stavo facendo, ma in modo molto discreto.

 

Sembra impossibile, eppure gran parte dei minatori sembrava amare quel lavoro terribile nelle viscere della terra. Come mai?

 

Per chi non ha conosciuto la realtà delle miniere, può sembrare un paradosso. Malgrado l'estrema durezza del lavoro, c'era fierezza e dignità tra i minatori. Anzi, il fatto che si trattasse di un lavoro pesante, che non tutti potevano svolgere, faceva sentire ai minatori di appartenere a una sorta di "aristocrazia operaia". I minatori erano poi molto politicizzati e sindacalizzati, per cui questa fierezza si aggiungeva alla loro combattività in campo politico, dando energia alle loro rivendicazioni. Naturalmente si battevano anche per migliorare le condizioni di lavoro, per rendere più sicure le miniere, luogo molto pericoloso, dove si moriva con grande facilità.

 

Lavoro in miniera e militanza nel Partito comunista occupano l'intero orizzonte dei protagonisti del suo libro che è anche una storia intima, della sua famiglia: quale spazio restava nella vita dei minatori per socialità e affetti?

 

Oltre il lavoro e la politica, restava ben poco tempo per altro. La vita affettiva passava spesso in secondo piano. Certo, c'era anche l'amore nelle comunità dei minatori, ma l'affetto assumeva più l'aspetto della solidarietà tra lavoratori, tra "compagni". C'era poco spazio per l'intimità: nelle città minerarie si viveva gli uni accanto agli altri, in piccole case tutte uguali, appiccicate tra loro. In questo modo tutti sapevano tutto, non c'erano misteri su ciò che facevano i vicini e, lavorando tutti in miniera, avevano gli stessi orari e vivevano tutti allo stesso modo.

 

Qual’era il ruolo delle donne nella comunità dei minatori della Lorena?

 

Si deve intanto rilevare come le cose siano cambiate negli ultimi anni: oggi ci sono anche tante operaie mentre all'epoca, nelle fabbriche e nelle miniere della Lorena, non c'erano che uomini. Malgrado ciò, il ruolo delle donne era centrale nella comunità: durante il giorno, quando gli uomini erano in fabbrica o in miniera, la città diventava una città di donne che assicuravano il funzionamento della città, mentre i loro uomini si trovavano sotto terra. Si aggiunga che, dopo la guerra, quando molti uomini non tornarono dalla deportazione in Germania o dal fronte, le città minerarie si riempirono di vedove che dovevano occuparsi di tutto, come le vedove dei tanti morti per gli incidenti di lavoro molto frequenti. Queste donne non solo si sono prese cura dei figli, ma hanno anche assicurato la trasmissione della memoria delle vicende della comunità da una famiglia all'altra, da una generazione all'altra.

 

Il suo libro narra una serie di tragedie, dagli incidenti in miniera alla guerra, alla deportazione nei campi nazisti. Eppure lei non perde la capacità di cogliere gli aspetti perfino buffi della storia. Ridere è un modo per conservare la speranza su un orizzonte altrimenti cupo?

 

Ho cercato di evitare i toni patetici, perché non credo sia la chiave per raccontare nel modo migliore una tragedia. In miniera le persone facevano una vita terribile, ma non si può dire che fossero tristi, anzi tra i minatori c’era il senso della festa, del divertimento. Forse era frutto del fatto che sapevano di poter morire il giorno successivo, ma certo quelle persone non rinunciavano a ridere o scherzare.

 

Lo scenario sullo sfondo alla storia della sua famiglia è la Lorena, regione che dopo la chiusura delle miniere e l'inizio della crisi dell'industria pesante è diventata serbatoio di voti per il "Front National". La fine della comunità dei minatori ha portato con sé anche l'idea di solidarietà che si era costruita in quel mondo?

 

Senza dubbio. La solidarietà tra lavoratori era il cemento di quel mondo, costruita attraverso il lavoro comune e le lotte. Con la chiusura delle miniere e delle fabbriche e la crescita della disoccupazione, tutte le strutture collettive si sono sgretolate, ciascuno si è ritrovato a fare i conti con i propri problemi. In questo clima si è sviluppato il razzismo; anche verso gli italiani o i polacchi arrivati a lavorare nella regione cinquant'anni prima, c'era stato un atteggiamento razzista, ma poi la condivisione del lavoro aveva modificato le cose. Con il successo del "Front National", le cose sono cambiate: il razzismo oggi è presente anche tra i cresciuti nelle famiglie di immigrati italiani o polacchi. E questo è l'aspetto tragico della questione, perché vale per l'intero paese, non solo per la Lorena. Le strutture e i valori della classe operaia, malgrado vi siano ancora molti operai nel nostro paese, sono entrati in crisi sotto i colpi della disoccupazione, dei lavori precari, della scomparsa della grande industria.

 

Ricostruire la storia dei minatori e di un territorio simbolo del malessere della Francia, le offre qualche indicazione sulle risposte che si potrebbero dare alla crisi?

 

Credo si debba passare per un lavoro sulla memoria operaia e dell'immigrazione in Francia, due aspetti del resto connessi intimamente: la Francia non vuole riconoscere il debito nei confronti di coloro che sono venuti a lavorare in questo paese, dall'Italia ma soprattutto dall'Algeria e da tutto il Maghreb. Finché non sarà fatto sarà difficile pensare che i figli o i nipoti di questi immigrati, umiliati e sfruttati per tanti anni, possano o vogliano partecipare alla costruzione del futuro della Francia.

 

(da "Libération" del 27 ottobre 2004)

Personaggi

 

Una figlia di gualdesi si fa onore in Francia

 

Intervista ad Aurélie Filippetti

 

Il suo romanzo

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