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N. 7 - Luglio 2007

Accademia dei Romiti

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I SINDACI DI GUALDO TADINO

Onorato Ribacchi

Il sindaco industriale, morto per un'epidemia

(16 settembre 1905-22 dicembre 1906)


12ribacchi10707.jpg (17735 byte)Nacque il 3 aprile 1836 in località Pian di Gualdo dal mugnaio Rinaldo Ribacchi (1803-1882) e da Maria Costanza Anderlini (1804-1862), figlia di Francesco e Bernardina Castellani. Primogenito di cinque figli, di cui tre morti in giovane età, mentre la sorella Angela Facondina (1843-1921) divenne suora del Bambin Gesù, ereditò i beni paterni amministrandoli con grande oculatezza fino ad incrementare il già ricco patrimonio di famiglia, costituito da terreni e molini.

 

Onorato partecipò attivamente alla vita politica cittadina ricoprendo la carica di consigliere comunale per quasi 35 anni, dal 7 ottobre 1872 al 10 settembre 1877 e dal 7 ottobre 1878 al 26 novembre 1907. Il 18 giugno 1887 entrò, insieme a Ugo Guerrieri e Raffaele Vecchiarelli, nella giunta guidata dal sindaco Francesco Cajani, mentre nel dicembre 1889 rassegnò le dimissioni rifiutandosi di firmare una cambiale necessaria al Comune per ottenere un prestito di 10.000 lire (oggi 374.000 euro).

 

Dopo una parentesi, in cui aveva mantenuto sempre il suo incarico di consigliere, rientrò a far parte della nuova giunta, costituitasi il 20 marzo 1894, sotto la guida di Ugo Guerrieri. Per la sua pluriennale esperienza amministrativa il 16 settembre 1905 fu eletto sindaco della città ed uno dei suoi primi atti a favore dei coltivatori fu la costituzione del Consorzio Agrario Cooperativo Mandamentale con giurisdizione anche su Fossato di Vico e Sigillo. Quali collaboratori in giunta scelse Geremia Storelli, Raffaele Tega e Giulio Guerrieri. Restò in carica come sindaco fino al 22 dicembre 1906. Fu anche uno dei soci fondatori nel 1885 della Banca Popolare Cooperativa della quale ne fu vicepresidente (1887-1900) e, dopo Eugenio Guerrieri (morto il 24 febbraio 1900), ne assunse la presidenza dal 1900 al 1907. In quei tempi non si parlava ancora di conflitto di interessi in quanto Onorato ricopriva, almeno per un anno, contemporaneamente la carica di sindaco e di presidente di un istituto di credito del quale ne fu anche membro del consiglio di amministrazione per oltre 21 anni (1885-1906).

 

Il 18 ottobre 1896 inaugurò con grande solennità il molino a cilindri con motore idraulico. Intervennero alla cerimonia il rappresentante per l’Italia della casa fabbricante, ingegner Robert Mechewart, l'ingegner Eugenio Polini che ne aveva diretto i lavori, il deputato del collegio on. Francesco Fazi, il sindaco Ugo Guerrieri, il presidente della Congregazione di Carità Tarquinio Sinibaldi, l’avvocato Giulio Guerrieri e il rappresentante della ditta Ribacchi a Roma, Vittorio Panzieri. Il molino era stato costruito dalla Casa Ganz di Budapest (Austria-Ungheria) dove lavoravano settemila operai. Un opuscolo dell’epoca così ne descriveva gli aspetti salienti: "Il molino è illuminato a luce elettrica prodotta nello stesso stabilimento: e così è illuminata la casa di abitazione dei Sigg.ri Ribacchi, distante mezzo chilometro dal molino, e posta a cavalcioni dell’antica via Flaminia, nella località detta Magione, sul fiume Rumore, che a breve distanza dal rio Vaccara, suo affluente, percorre la più ricca ed ubertosa parte della pianura, che si apre e si estende a settentrione di Gualdo".

 

12ribacchi20707.jpg (20418 byte)Anche se pubblicata in un vecchio numero de L’Eco del Serrasanta, a firma di Valerio Anderlini, ripresa e riveduta da Fabrizio Cece di Gubbio, ritengo interessante ricordare ai lettori i tragici avvenimenti che colpirono la numerosa famiglia la sera di martedì 20 novembre 1866 quando la loro abitazione, situata in località "La Magione", fu presa d'assalto da una banda di malviventi. I Ribacchi, dopo una giornata di lavoro, erano riuniti intorno al focolare quando un uomo a cavallo fermatosi all’esterno della porta d’ingresso chiese di lasciare dei tessuti di mezza lana per vergarsi nell’opificio che gli stessi Ribacchi tenevano in esercizio. Accolta senza sospetto questa richiesta, un domestico dei Ribacchi andò ad aprire la porta trovandosi, però, di fronte due individui armati di fucili che lo afferrarono bruscamente e lo percossero, mentre altri sei o sette, armati nello stesso modo, si precipitarono furiosamente nell’interno della cucina imponendo a tutti con le armi spianate e con un tono minaccioso, di gettarsi a terra. Una volta che tutti i membri della famiglia si erano sistemati sul pavimento, alcuni dei quali furono anche percossi con il calcio del fucile poiché non avevano ubbidito prontamente agli ordini, i banditi trascinarono a forza per tutte le stanze Onorato Ribacchi perché indicasse loro dove era sistemata l’argenteria o dove si trovavano gli incassi dei giorni precedenti. Non ottenendo le risposte necessarie cominciarono a spaccare con l’accetta tutti i mobili. Dopo Onorato, presero sua moglie Maria Baldelli, e poi lo zio Vincenzo Ribacchi (1800-1871) e li portarono nelle rispettive stanze sotto la minaccia delle armi facendosi consegnare soldi e gioielli.

 

Dopo aver messo a soqquadro tutta la casa, una delle più grandi di Gualdo, dopo aver rotto la maggior parte dei mobili e dopo aver asportato soldi, biancheria, gioie, ed altri oggetti preziosi, armi, articoli di vestiario, posate di argento per una somma complessiva di circa 7.287 lire (oggi pari a 32.000 euro, la masnada lasciò la località, dileguandosi nella notte.

 

L'incursione era durata quasi due ore cagionando ai Ribacchi non solo un grave danno economico, ma anche affettivo e, soprattutto ematomi e ferite a coloro che si erano ribellati. Avvertiti i carabinieri, questi avviarono subito le indagini scoprendo che la banda aveva preso la direzione di Gubbio in quanto, dopo San Pellegrino, furono rinvenute in terra alcune monete di rame. Oltre a questi indizi, ci furono le testimonianze di alcuni contadini che avevano notato sei o sette "brutte facce" che, dalla zona di Gubbio, si dirigevano verso Gualdo.

 

Le forze dell’ordine di Gubbio, però, già erano al corrente che una banda di malviventi del loro comune imperversava nelle campagne rapinando i poveri contadini. La banda era capeggiata da Ercole Magrini che aveva tra i suoi fidi compagni Adamo Fondacci. Una "gola profonda" raccontò ai carabinieri che la banda era solita riunirsi presso l’Osteria di Mercati a Camporeggiano e che, qualche giorno dopo il furto, il Magrini era stato visto portare nell’osteria due involucri contenenti l’argenteria, mentre le sue mani erano piene di alcuni anelli con diamanti. Ai Ribacchi, infatti, erano stati sottratti, tra le altre cose, proprio una grande quantità di argenteria e i preziosi monili delle signore.

 

Le indagini appurarono che un altro bandito era tale Sante Santi, detto Zigo, il quale era solito aggirarsi di notte a cavallo nell’eugubino -gualdese. Infatti, interrogati i familiari, questi confermarono le assenze notturne del Santi che, guarda caso, risultavano in simbiosi con le date dei furti. Confermati i primi sospetti, si passò alle perquisiziom che furono estese anche in casa di Giovanni Santi, fratello di Sante, dove furono rinvenuti gran parte dei beni sottratti ai Ribacchi.

 

I pressanti interrogatori degli arrestati fecero emergere i nomi degli altri componenti la banda tra cui figurava tale Pasquale Paradisi nella cui casa si rinvenne un prezioso scialle ricamato sottratto ai Ribacchi, Antonio Severini fabbro della Branca, Ubaldo Passeri e suo cognato Eugenio Ortolani, Giovanni Capoccioni detto Padella e il segantino Ubaldo Rogari detto Ciarciano. In tutto dieci componenti, una banda di tutto rispetto così come l’organizzazione del colpo che fu ricostruito dagli inquirenti nei minimi dettagli.

 

La notte predente la banda si riunì in casa di Ubaldo Passeri alla Scirca, passando a cavallo per il Bottaccione. Verso la mezzanotte si spostarono a Colbassano in casa di Mattia Manci che stava riposando insieme alla moglie Agostina Ceccucci e alle figlie Veneranda e Luisa. Costretto ad aprire la porta sotto la minaccia delle armi, diede loro rifugio per tutto il giorno, mentre Ubaldo Passeri, Eugenio Ortolani e Antonio Severini si portarono in casa di quest’ultimo nei pressi del ponte di Branca. Fu Giovanni Capoccioni che, montando la cavalla del Paradisi, bussò alla porta della casa Ribacchi annunziando di avere tessuti da vergare, mentre dagli interrogatori emerse come venne suddiviso il bottino. Oltre a dividersi 26 scudi di denaro a testa, a Sante Santi toccò un ombrello, una cappotta grande, alcuni pezzi di tela, alcune posate ed un cilindro di argento. Ercole Magrini, il capobanda, prese molti oggetti preziosi come orologi, coralli e anelli, nonché degli abiti da donna in seta. Ubaldo Passeri si appropriò di vari pezzi di tela, della biancheria e diverse posate d’argento ed di una doppietta, mentre a Pasquale Paradisi toccò una coperta da letto di bavella, delle argenterie da tavola, ed un orologio di argento.

 

L’evento ebbe una grande rilevanza per la sfrontatezza dei malviventi (oggi questi avvenimenti sono all’ordine del giorno), per la fama della famiglia derubata e per la conclusione celere delle indagini. I Ribacchi, nonostante la grave perdita economica, si ripresero prontamente com’è nello spirito dei gualdesi costretti fin da quel periodo a subire le angherie degli eugubini.

 

Il sindaco Onorato Ribacchi si dimise dalla carica il 3 novembre 1906 a causa dell’introduzione della tassa sugli esercizi commerciali (la moderna Irap) ma, su sollecitazione dell’intero Consiglio, ritirò le dimissioni. Cosa che invece non potè fare un mese dopo quando fu colpito dal colera che imperversava nella zona. Lasciata la carica di sindaco, morì il 27 gennaio 1907 e gli vennero tributati solenni funerali.

 

Così riporta, infatti, L’Unione Liberale di Perugia del 28 gennaio 1907: "Tutta la cittadinanza è in lutto perché il cav. Ribacchi, a prescindere dalla carica che occupa, era uno dei più facoltosi signori della città, e da tutti onorato e stimato per la sua onestà e saldezza di propositi. Non si vergognava di essere cattolico e di esercitare pubblicamente le pratiche religiose; il che non gli impediva di sentire italianamente e di essere devoto alle istituzioni della Patria. Prima di essere sindaco aveva ricoperto per lungo tempo la carica di Giudice Conciliatore".

 

Aveva sposato a Gualdo Tadino il 3 giugno 1861 la possidente Maria Baldelli (Perugia 1840-Gualdo Tadino 1889), figlia di Ubaldo e Margherita Fianchetti, che gli aveva dato sette figli: Antonio (1862-1930), monsignore; Clotilde (1863-1931) sposata con Giocondo Santi (1859-1939) di Rigali; Maria Elisa (1864-1866); Giammaria (1866-1945), industriale; Sofia (1868-1933) sposata con il commerciante Carlo Guerra (1866-1947); Rodolfo (Gualdo Tadino 1869 – Perugia 1932), imprenditore; Elvira (Gualdo Tadino 1875 – Polverigi 1950) sposata con il marchigiano Bruno Mainardi di Serra San Quirico.

 

Dopo la sua morte sarebbero stati necessari sei mesi per la nomina di un nuovo sindaco, nella persona di Francesco Cajani (1856-1941), avendo rinuciato sia l’imprenditore Enrico Ceccarelli (1856-1932) che il perito Raffaele Sergiacomi (1839-1930).

 

Daniele Amoni

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