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N. 8 - Agosto 2007 |
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Premetto che conosco molto bene la famiglia Spaccino per cui non sarò obiettivo nellanalisi ma chiaramente di parte. Una famiglia questa che, come tante altre, per sfuggire alla fame (leggi: fame!) lascia la montagna (siamo sul versante ternano del monte Peglia) e scende in pianura nel comune di Marsciano.
Intendiamoci: mezzadri erano prima e mezzadri restano ora. Solo che la pianura dà lavoro e sfama mentre la montagna affama dopo averti sfibrato. Così, con nove figli, la famiglia mezzadrile può ambire ad un buon podere: tante braccia, tanta terra, tanto reddito per il proprietario, non più fame per chi lavora.
Negli anni della fine della mezzadria (siamo a cavallo dei favolosi anni cinquanta e sessanta) cè la nostra rivoluzione industriale. I proprietari vendono i poderi ed i mezzadri più scaltri e che non sono già emigrati nellindustria comprano tutto ciò che possono. La famiglia in questione si indebita e compra i suoi primi ettari di terra: bella, pianeggiante, irrigua. Arriveranno, alla fine del percorso, a oltre cento ettari.
Sono gli anni in cui spalando il letame (in senso letterale) ed infilzando il tabacco (è la legatura delle foglie a cui partecipavano anche e soprattutto donne e ragazzi) si riesce a pagare le rate del mutuo. La famiglia è unita e la proprietà indivisa. I vecchi genitori muoiono ed il fratello maggiore assume le redini dellazienda familiare. Assume anche quelle della famiglia stessa. La stima cresce e si concretizza negli impegni pubblici sempre riconosciuti con ampi consensi a livello comunale ed a livello provinciale.
Intanto i nipoti crescono, vogliono la loro indipendenza, la loro strada da poter seguire. Chiedono "perfino" la parte.
Ho vissuto il dolore della divisione aziendale: non più "tutto nostro" ma "questo è mio e questo è tuo". Mi sembrò di vivere in quei giorni i sentimenti del Padre nella parabola del Figlio Prodigo. Resta tuttavia lunione grazie allaffetto e alla reciproca collaborazione.
Al momento in cui scrivo queste righe non so ancora quali siano le responsabilità del giovane Spaccino che avrebbe ucciso (il condizionale è dobbligo almeno fino alla fine del processo) la moglie incinta; né conosco se ci siano state connivenze o complicità da parte di qualche altro componente della famiglia. La giustizia farà il suo corso e sapremo, forse, come sono andate veramente le cose.
Ho sentito e vissuto tuttavia il peso che è gravato su quella famiglia in quanto tale. Una famiglia come tante che ha il solo torto di aver avuto una disgrazia in casa o, se preferite, di aver avuto un figlio che, per qualche causa, ha perso la testa. Chi ha sbagliato pagherà ma perché il linciaggio su tutta la famiglia? Perché qualcuno si è spinto ad usare termini pesantissimi ("clan familiare") che ricordano e richiamano ambiti mafiosi e camorristici di ben altro spessore?
Non mi pare corretto il comportamento dei media che hanno utilizzato la realtà solo per sostenere delle tesi preconcette. Se questa vicenda, che conosco personalmente, è stata trattata in questo modo mi viene forte il sospetto che molte altre simili abbiano seguito lo stesso percorso.
Forse è ora di darci un limite: i tanti codici di autoregolamentazione che linformazione si dà devono trovare applicazione pena la perdita totale di credibilità e di fiducia da parte dellintera collettività.
Forse è ora di smettere con questa attenzione morbosa alla cronaca nera alimentata da stampa e televisione.
Molte delle coseche vediamo sembrano costruite ad arte per assecondare il nostro desiderio esagerato di conoscere particolari violenti o scabrosi. Forse è ora di darci, tutti, una regolata. |
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