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N. 8 - Agosto 2007

Accademia dei Romiti

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L'amministrazione dell'Appennino gualdese


13appennino0708.jpg (19454 byte)Perché c’è in piazza il Bar Appennino? La domanda può apparire oziosa, tuttavia anche questa è una reminiscenza storica destinata a scomparire, come è scomparsa l’Amministrazione dell’Appennino Gualdese, dalla cui sede al piano superiore nel Palazzo Comunale, ha preso nome a suo tempo il locale sottostante adibito a posto di ristoro, caffè Appennino prima, ora bar.

 

Una delle realizzazioni dell'amministrazione Rosi

 

Già, ma cos’era l’Amministrazione dell’Appennino? Nel nostro ultimo numero Mauro Mancini ha messo in evidenza il grande valore che in passato aveva la montagna, con i suoi frutti e le attività connesse per la vita cittadina.

 

Nel 1805, per l’insolvenza del comune, lo Stato Pontificio oberato dagli oneri di guerra del periodo napoleonico, disponeva la vendita all’asta del "dominio ed il possesso dei fondi rustici sulla montagna" gualdese per il prezzo di 13.205 scudi; nella vendita si intendeva riservato "lo jus pascendi e lo jus legnandi" della popolazione; i gualdesi, in sostanza, rimanevano titolari del diritto di pascolare a far legna, ma poiché la montagna era proprietà della famiglia Rossi Vaccai di Spoleto, sarebbe stato necessario pagare ai nuovi proprietari un canone, un affitto. Sorse così, per la città, fin da allora l’esigenza di un riscatto della montagna.

 

Gli eventi politici che caratterizzarono il XIX secolo non portarono sostanziali modifiche alla situazione di diritto, salvo il passaggio per ragioni ereditarie, della proprietà alla famiglia Bacchettoni; tuttavia per le esigenze della popolazione gualdese si poneva la necessità di liberarsi dall’esoso balzello per cui furono intraprese varie iniziative finché nel 1893, la giunta degli arbitri di Foligno, con sentenza del 14 maggio, accoglieva l’ennesimo ricorso, restituendo al comune di Gualdo Tadino, a titolo di enfiteusi perpetua, tutti i terreni montani soggetti ad uso civico, dietro pagamento di un canone annuo di lire 4.400; (attori della causa furono il sindaco Ugo Guerrieri per il Comune, e per quanto riguarda gli utenti Pietro Cioli, Ettore Boccalini, Francesco Mazzoni (Grello e Voltole), Paolo Giovagnoli e Bonifacio Ginocchietti (Rigali), Luigi Angeli e Daniele Gatti (Pieve di Compresseto), Giuseppe Vinciotti (Piagge), Cesare Pallucca e Vincenzo Regni (S. Pellegrino), Angelo Fabrizi e Francescangelo Fazi (Vaccara), Giovanni Ippoliti e Angelo Mariotti (Palazzo Mancinelli), Luigi Santini (Roveto), Luigi Venturi (Caprara e Crocicchio).

 

A seguito della sentenza per la gestione dei beni montani l’Amministrazione Comunale costituiva nel 1897 l’Amministrazione dell’Appennino Gualdese con il compito di assicurare il pagamento del canone con i proventi delle attività svolte (taglio dei boschi e pascolo) istituendo il "ruolo degli utenti monte", i capifamiglia soggetti ad una imposta per l’esercizio dei diritti di uso civico.

 

Questa situazione si è protratta per oltre cinquant’anni, fin quando l’ultimo presidente, il comm. Carlo Rosi, che avrebbe legato il suo nome ad imponenti opere di bonifica e valorizzazione del patrimonio montano amministrato, riuscì ad "affrancare" la montagna dalla proprietà della famiglia Bacchettoni, restituendone alla collettività gualdese la proprietà piena su 2517 ettari. Erano gli anni della valorizzazione della Rocchetta, San Guido e della costruzione della strada per Valsorda.

 

Nel 1970, con la costituzione delle Regioni, arrivò il decreto di scioglimento dell’Amministrazione dell’Appennino con restituzione della piena proprietà al Comune; negli anni 80 la montagna gualdese sarebbe "transitata" poi (in una non chiara situazione di diritto) alla Comunità Montana Alto Chiascio, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, dopo cinque lustri.

 

Valerio Anderlini

Storia

 

 

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