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N. 9 - Settembre 2007

Accademia dei Romiti

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"La fine penosa del Calai"

e il naufragio del Titanic


05ospcalaipic0709.jpg (8367 byte)L’accostamento non sembri irriguardoso; se anche può apparire strano, è pertinente: analoghi i presupposti, analoghi gli aspetti a volte patetici di una vicenda, voluta dalla classe politica locale, che si consuma sulla pelle dei gualdesi.

 

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I presupposti, dicevamo: quando fu varato il Titanic qualcuno proclamò orgoglioso "Nemmeno Dio lo affonderà"; invece il Titanic uscito in mare per la prima crociera, nell’Atlantico incocciò un iceberg e terminò la sua vicenda negli abissi; le cronache riferiscono che, mentre la tragedia si consumava e i naufraghi in cerca di scampo si contendevano posti sulle scialuppe, sui ponti e nei saloni le orchestre continuarono a suonare, finché sull’oceano calò il silenzio e si contarono i cadaveri.

 

Le attinenze con il Calai: nell’ultimo trentennio politici locali e relativi consulenti sono andati a gara nel vendere fumo con proclami e progetti avveniristici per la struttura ospedaliera gualdese, intoccabile "fiore all’occhiello", "gioiello della sanità umbra", struttura tecnologicamente all’avanguardia. Per chi non ha vissuto il tutto, o ha memoria corta, è sufficiente rileggere le tante dichiarazioni riportate nelle 18 annate de L’Eco del Serrasanta: autentiche pietre.

 

Dopo la costituzione delle USL il Calai, con oltre 250 dipendenti, divenne la più grossa azienda gualdese, retta in commistione di sanità e politica da medici che giocavano alla politica e politici improvvisati esperti in sanità, a gara con i colleghi eugubini, nella non nobile contesa di creare primariati e centri di spesa, tanto c’era chi pagava; posti di potere e clientelismo, non per meritocrazia, bastava, in genere, avere la tessera.

 

L’acme fu raggiunto con la creazione di una cardiologia aspirante leader nazionale: un nuovo reparto (non esistito per anni sulla carta) la cui dotazione di personale e mezzi, sottratti agli altri reparti, non ebbe limiti; poi il centro ricupero infartuati (uno dei primi in Italia, ma non previsto nei piani sanitari regionali), le partecipazioni di cardiopatici alle maratone di New York e tante altre cose, più folkloristiche che sanitarie.

 

Il Calai emulò il Titanic con l’acquisto chiacchierato di un angiocardiografo d’avanguardia, non in dotazione nemmeno dell’ospedale Regionale, aprendo i voli pindarici della "cardiochirurgia fatta fra i monti di Gualdo", che causò un’autentica insurrezione nel mondo politico ed accademico perugini, mentre si chiudeva ostetricia e penalizzando i reparti di chirurgia e medicina. Poi il trasloco da Gubbio a Foligno per i difficili rapporti con Gubbio, mentre buon senso suggeriva che ambizioni cardiochirurgiche non potevano prescindere dal rapporto con l’Ospedale Regionale. Dopo gli anni del terremoto, durante i quali il Calai si era ricavato uno spazio nella realtà folignate, poiché la sua efficienza era un costo aggiuntivo per l’ASL di Città di Castello (4 miliardi di vecchie lire in un anno per prestazioni ad assistiti di quella ASL che preferivano il Calai ai suoi tre ospedali), se ne dispose l’eliminazione, creando il nuovo polo di Branca: l’iceberg che avrebbe affondato il Calai.

 

L’affare Branca: operazione di ingegneria contabile senza disponibilità finanziarie (un debito che dovremo pagarci a rate per vent’anni) supinamente accettata, con l’impegno che il Calai sarebbe restato funzionale finché non sarebbe stato pronto il nuovo ospedale. Contrariamente a quanto sottoscritto, invece, ed assicurato in campagna elettorale (programma di cui si ricorda solo ciò che fa comodo), anche se la nuova struttura non è pronta (e tuttora non c’è denaro per attivarla), i politici si sono affrettati a tornare nella Canossa eugubina, ignorando che nella nuova realtà, non erano più secondi, ma quarti, dopo Città di Castello, Gubbio, Umbertide, sottovalutando risvolti e conseguenze di una lunga fase di integrazione di organici e servizi degli ospedali di Gualdo e Gubbio, in cui sarebbe prevalsa la logica già sperimentata del più forte.

 

Denunzia di questa scelta sciagurata è il comunicato dell’ANACA in cui si legge "il passaggio all'Asl n.1 succedersi di un guaio dietro l'altro", per il Centro di recupero, di un vero e proprio "buco nero", di uno "stato di completo abbandono, da tutti: Regione, Comune, Provincia, Asl n.1. Perché? Ormai non si tratta più di una voragine quella che si è aperta nell'ambito dei servizi ospedalieri di Gualdo Tadino".

 

Stesse critiche vengono anche dalla minoranza interna dei DS.

 

I particolari sono cronaca corrente, l’Amministratore dell’ASL fa il suo mestiere: chiusura in cassaforte delle chiavi di camerate (dopo averne cambiato le serrature) per impedire il ricovero di pazienti; chiusura programmata della chirurgia, malati dirottati a Gubbio, Umbertide o Città di Castello (e chi ha dolori strilli!); protesta sulla stampa del chirurgo titolare che adombra ricorsi alla magistratura; dissoluzione dell’organico con un fuggi fuggi generale del personale, dai risvolti a volte patetici, in coloro che attraverso gli anni nella struttura del Calai avevano realizzato le certezze di un’esistenza e che si scoprono destinati alla mobilità o a Città di Castello perché in esubero, con cene di addio, commiati, pensionamenti, espressioni di più o meno velata protesta.

 

Si smobilita, si salvi chi può.

 

Da mesi è una situazione drammatica, davanti alla quale anche il monolitismo dei DS si è spaccato con accuse reciproche, il voto contrario del Sindaco al bilancio consuntivo dell’ASL sulle cose già fatte, assume il significato di un "non sono d’accordo con la fregatura che mi è stata data!", ma i danni sono fatti e il titolo a tutta pagina sul giornale del Comune "Pronti per l’ospedale unico" ha il sapore di una beffa. Risposte inconcludenti vengono da riunioni di maggioranza, incontri con l’assessore regionale e l’Amministratore, comunicati stampa, mentre si allungano i tempi d’apertura di Branca (si parla di primavera 2008) e, per camuffare all’opinione pubblica ritardi di mesi, li si trasforma in giorni (ma anche gli analfabeti sanno che 180 giorni sono sei mesi) con conseguenze sulla pelle dell’utenza e del personale.

 

Infine, ultima boutale, la minaccia di rimettere il mandato!

 

Una considerazione non può tuttavia essere evitata: il solerte assessore regionale Rosi (quasi 1000 voti gualdesi), primattore di questa vicenda, il suo ospedale di Umbertide lo ha salvato, così come ha saputo fare il Vice Presidente della Provincia Giovagnola per l’ospedale della sua Panicale, cittadina di appena 7.000 abitanti. Strano procedere nel razionalizzare la sanità umbra.

 

Infine, "dulcis in fundo", si dà alle stampe un libro per celebrare la centenaria vicenda del Calai, mentre se ne decreta lo smantellamento, come venti anni fa, quando fu venduta la Banca Popolare! Sopravviveremo nella storia.

 

I cento anni di onorato servizio del Calai, se era destinato alla chiusura, meritavano un epilogo migliore, per l’utenza disorientata dal caos che sta vivendo, e per il personale. Mentre continuano a suonare le orchestre di partito, il totovoto propone chi salverà le chiappe con relative chiacchiere e illazioni (eloquente la lettera del Consigliere Biagiotti): ma, nella realtà gualdese ci si conosce troppo bene perché la gente non sappia vedere manovre più o meno occulte, disegni reconditi, e chi ha scheletri negli armadi, fra i circa 300 dipendenti, ex dipendenti, ex amministratori del Calai, dei quali più d’uno recita il tardivo ruolo del pentito e dispiaciuto.

 

Certo, mentre l’orchestra della propaganda continua a suonare, nel naufragio qualcuno salverà le chiappe (e ciò che c’è sotto), applaudendo orgoglioso di essere stato attore nella vicenda, ma c’è anche chi la pensa diversamente e ha il diritto di essere ascoltato.

 

v.a.

Sanità

 

 

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