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N. 10- Ottobre 2007

Accademia dei Romiti

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Il canto del grillo

 

di Gianni Pasquarelli


Beppe Grillo è la novità di cui si parla e su cui si discute e polemizza. A dargli una mano robusta è stato il circuito mediatico, ossia giornali, periodici, telegiornali e giornaliradio. Meritava tanto? Meritava che lo si spendesse alle grandi platee degli ascoltatori e dei lettori? Meritava che lo si osannasse come campione dell’antipolitica? Sono più propenso al "no" che al "sì". Provo a dire perché.

 

Perché l’antipolitica non esiste. Esiste invece il tentativo di cambiare una pratica politica pasticciona, più furbastra che intelligente, più chiacchierona che realizzatrice, la quale scaltramente sposa (soprattutto a sinistra) modi inconciliabili e paralizzanti di fare politica. In Afghanistan due soldati italiani vengono catturati dai talebani eppoi liberati con un blitz dagli uomini della Nato, ecco che Diliberto, leader dei comunisti, chiede che cessi la nostra presenza militare in quel Paese, deliberata dal Parlamento sovrano e dall’Onu per combattere il terrorismo. Si discute come rabberciare la finanziaria 2008, ecco che la sinistra antagonista ritira fuori l’inasprimento del 60% (avete letto bene, 60%) del prelievo fiscale su Bot, Cct, Ctz, Btp, azioni e obbligazioni che finirebbe per colpire anzitutto i piccoli risparmiatori (i grandi sanno come esportare i capitali); e per frenare il già fiacco sviluppo della nostra economia. C’è urgenza, infine, di costruire rigassificatori per fare più snella e più conveniente quel tallone di Achille che è la nostra politica di rifornimento energetico, ed ecco che un ministro come Pecoraro Scanio ha sempre qualcosa da ridire che intralcia e rimanda alle calende greche. Voi penserete che andarsene dall’Afghanistan, appesantire il carico fiscale sui titoli pubblici e privati, costruire nuovi rigassificatori significhino prendersela con il centrodestra, con il solito Berlusconi. Neanche per sogno. Significano prendersela con il governo di cui la sinistra estrema fa parte, roba da crisi cronica per implosione.

 

Se così stanno le cose, cambiare una politica per migliorarla, ripulirla, riavvicinarla ai cittadini, non è fare antipolitica, è proporne un’altra migliore, è ridarle quella sostanzialità democratica che non ha più, è informare i cittadini delle faccende che non vanno bene in modo che vadano meglio. Il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – "La Casta" – è un utile strumento di conoscenza e di approfondimento su quanto sta succedendo negli ingranaggi a dir poco vischiosi della macchina statale, nei costi svettanti e incontrollabili del fare politica da noi, nelle corporazioni sindacali e professionali che difendono altre "caste" non meno fameliche di quella politica, nel denunciare i parassitismi dei numerosi gruppi di pressione che sotto traccia si spartiscono il potere all’insegna del "mi faccio i fatti miei".

 

Non ho difficoltà ad ammettere che anche la predicazione (chiamiamola impropriamente così) di Beppe Grillo costituisca un contributo all’esigenza di sviscerare problemi incalzanti, perché fare politica non è solo "arte di governo" ma anche e soprattutto "scienza di governo". Specie quando nel suo blog si discute su ambiente da tutelare, tradizioni etniche e religiose da recuperare, salute, bioetica, informazione e saperi. Assai meno apprezzabile (per non scrivere disprezzabile) quando egli se la prende con i partiti in quanto istituzioni, quando il monologo si fa strillo sentenzioso e maleducato, quando la battuta ferisce la persona nella sua dignità, quando l’invettiva parolaia va a sbattere contro il codice penale, quando il linguaggio si fa scurrile, quando l’ansia giustizialista e forcaiola rimanda alla ghigliottina francese, e quando scioglie inni a un’etica individualistica senza paletti né stelle polari.

 

Taluni lo hanno paragonato a Guglielmo Giannini, altri a Menenio Agrippa, altri ancora a Masaniello. Propendo per quest’ultimo.

 

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