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N. 10 - Ottobre 2007

Accademia dei Romiti

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L'armadio che emette note

 

di Carlo Catanossi


Insomma: ci sarà pure un motivo se questa rubrica si chiama "Controcanto". E' vero, mi piace cantare e mi fermo spesso ad ascoltare musica, in particolare lirica, ma non posso negare che il titolo rifletta un po’ il mio carattere più che la mia passione musicale.

 

Con questo spirito e con questa consapevolezza mi appresto a tirarmi addosso le ire della piccolissima fetta di popolo italiano che mi legge e son proprio contento che la fetta sia così piccola perché se fosse più grande (la fetta dei lettori) le ire sarebbero molte di più visto come sono andate le cose nelle ultime settimane. Dunque: è morto Pavarotti.

 

Grande lutto per la cultura musicale italiana e non solo, grande ambasciatore dell’Italia nel mondo, grande divulgatore della lirica negli stadi, grande benefattore, grande ...

 

Si, però a me Pavarotti non è mai piaciuto.

 

Tutto cominciò molti anni fa quando seguivo una trasmissione radiofonica che, la domenica mattina, si occupava di lirica. Si chiamava " musica proibita" e prendeva il titolo da una bellissima canzone di inizio secolo che parlava di baci ai capelli neri e gote sincere (così, tanto per capire quanto lontana da noi fosse). In questa trasmissione, una mattina, era ospite Giacomo Lauri Volpi, tenore molto famoso negli anni che vanno dal 1920 al 1970 e ricordato ancora per il suo do di petto nella cabaletta "di quella pira l’orrendo foco" del terzo atto del Trovatore; ad un certo punto della chiacchierata definì Luciano Pavarotti "un armadio che emette note".

 

La definizione mi colpì e cominciai ad approfondire. Nessuno aveva una voce più forte e più ampia (sulla scala musicale) di lui; erano buoni i falsetti, grandiose le tonalità forti. Ma se si andava a scavare si trovavano alcuni nei.

 

Non c’era mai la passione di Pippo Di Stefano, non c’era il cuore ed il trasporto di Carreras, non c’era il calore della lunga e perdurante fase canora di Domingo, non c’era la bellezza e l’eleganza di Lauri Volpi, non c’era la leggiadria di Tagliavini, non c’era (non c’era ancora) il mito di Gigli, non c’era, in sostanza, la perfezione di Alfredo Kraus.

 

Cosa mi esprimeva dunque Pavarotti? Una forte e rapida sensualità della musica, un pennello che tratteggia e non rifinisce, un timbro che con la sua sonorità copre il dettaglio e l’eleganza dell’autore pur avvicinando immediatamente l’ascoltatore al prodotto finale.

 

Fu dunque vera gloria? Sicuramente si. Ma a me Pavarotti non piaceva e pur ascoltandolo con interesse non riuscivo ad avere quelle emozioni che mi aspettavo e mi aspetto ancora ogni volta che mi avvicino alla musica. Venne poi il periodo del Pavarotti-pop. E’ inutile negarlo: fu una grande delusione. D’altro canto se questa scelta è stata fatta solo da lui e nessun altro tenore l’ha seguito su questa strada ci sarà pure un motivo.

 

E' per questo che, in fondo, su Pavarotti ho sposato la tesi di Lauri Volpi che forse non sarà elegante, non sarà politicamente corretta, non sarà in linea con quello che pensa la maggioranza degli italiani ma mi sembra comunque rispondente nella sinteticità: "un armadio che emette note".

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