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N. 12 - Dicembre 2007

Accademia dei Romiti

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La primogenitura nella riscoperta

ottocentesca del lustro metallico in ceramica


La produzione ceramica umbra viene impreziosita dalle applicazioni del "lustro metallico" o "riverbero" a cominciare dagli ultimi 10-20 anni del 1400, si esprime nella maniera migliore durante il ‘500 e, solo parzialmente, sembra interessare il ‘600. L’adozione di questa tecnica è stata certamente favorita dal passaggio, avvertito in questo periodo, da una ceramica di tipo funzionale ad un’altra di tipo ornamentale. Vediamo infatti affermarsi una ceramica che produce piatti da pompa, vasi, albarelli ecc. decorati con soggetti allegorici, mitologici, amorosi e scene di battaglia, di caccia, stemmi ecc.

 

Questa trasformazione è stata favorita ed alimentata dall’influenza esercitata dalle opere dei grandi pittori risorgimentali e quindi, in ceramica, finiscono per prevalere gli elementi pittorici rispetto a quelli, più genericamente, ornamentali.

 

In tale contesto il lustro metallico, nelle sue migliori applicazioni, si è potuto felicemente coniugare all’opera di artisti che, in ceramica traducevano scene di storia e di vita come suindicato. Quanto prodotto in questo periodo è particolarmente importante e, non a caso, viene gelosamente custodito nei maggiori musei non tanto italiani (purtroppo) ma, soprattutto, inglesi, francesi, russi e americani.

 

Stante la pausa intervenuta nella produzione di opere lustrate (circa un paio di secoli ) come meravigliarsi se, nella seconda metà dell’ottocento, assistiamo a numerosi tentativi, o meglio, affannosa ricerca,sui "segreti" che, da sempre, sono stati alla base di questa tecnica decorativa in ceramica.

 

Dal 1847 la Ginori di Doccia ( Firenze) si adoperò alla riproposizione di questa tecnica avvalendosi dell’opera del chimico Giusto Giusti. I pezzi così prodotti rendevano bene nel mercato antiquario ed il silenzio, su queste riproposizioni "cinquecentesche", faceva comodo: un silenzio che di tutto necessitava meno che di firme.

 

In una tale situazione, in cui si incrociavano l’affare e l’amore per la ricerca (in questo caso riscoperta) di un procedimento ceramico in auge soprattutto nel XVI° secolo (ove raggiunse punte eccelse con Mastro Giorgio a Gubbio), voglio soffermarmi sulle applicazioni di vari soggetti: chimici, farmacisti, ceramisti e fabbriche nei luoghi interessati al problema che, proprio per la mancanza di firme, marchi, ecc. (per facilitarne l’esportazione, disabitudine, incuria o per gli affari che permettevano), originavano contenziosi anche vivaci.

 

Dalla Ginori di Doccia, a merito della quale ricordo il grande successo all’Esposizione di Londra del 1851 e di Parigi del 1855 con esemplari a lustro, mi trasferisco alla "Benucci & Latti" di Pesaro nella quale il direttore di fabbrica Gai Pietro "si pose nell’ardua impresa di ritrovare le vernici a riflessi metallici ad imitazione di Mastro Giorgio. Nel 1848 riuscì, infatti, a scoprire questo processo che da secoli era rimasto occulto e ne mandò vari campioni al Ministero delle Belle Arti e a parecchie Accademie" ("I Ceramisti" di A. Minghetti, p. 204). Devo, però, considerare che la "Benucci & Latti" ottenne, per queste applicazioni, la medaglia d’oro all’Esposizione Nazionale di Firenze solo nel 1860 e, prima di questa data, altri ceramisti e luoghi, stavano conquistando la ribalta.

 

Mi trasferisco a Faenza dove, nella fabbrica dei conti Ferniani, il conte Riccardo, nel tentativo di "riesumare l’antica tecnica dei riflessi metallici ad imitazione di quella di Mastro Giorgio da Gubbio" (A. Minghetti, op. cit., p.180), assume (siamo verso il 1840) Giuseppe Fagnani di Urbino e Francesco Ruboli di Pesaro (a parte la b singola e non doppia, trattasi del nonno di Paolo Rubboli come vediamo in "La maiolica Rubboli a Gualdo Tadino" di M. Tittarelli Rubboli, p. 15). I risultati sono deludenti ma, sempre a Faenza, di migliori sono da attribuirsi, a far data dal 1856, ad Achille Farina ("L’arte ceramica a Gualdo Tadino" di D. Amoni, p. 88).

 

A questo punto è senza dubbio più produttivo analizzare questo difficile percorso, fatto di sperimentazioni, tentativi e realizzazioni più o meno valide, fermandoci a Gubbio dove, con l’aiuto di "La ceramica a lustro nell’ottocento a Gubbio", Centro DI 1998, pp. 27-35, possiamo effettivamente entrare in una realtà nella quale si colgono risultati di maggior interesse.

 

Nella riscoperta del lustro cinquecentesco, il ruolo di pioniere, in Gubbio, spetta sicuramente ad Angelico Fabbri la cui passione per tale ricerca, poteva avvalersi delle conoscenze chimiche proprie ad un farmacista del tempo, abituato a fornire più quanto da lui preparato che prodotti preconfezionati. La sua visita alla Ginori di Doccia, del 1855, voleva verificare a quale punto questa ricerca fosse ivi pervenuta e, pur apprezzando quanto visto (ammesso che gli abbiano fatto vedere tutto), ne uscì con la convinzione che c’era ancora molto da perfezionare e ne trasse conseguenti stimoli.

 

Nella sua farmacia collaborava Luigi Carocci che si educava anche in questa ricerca. Successivamente questi sviluppava autonomamente le sue applicazioni nella fabbrica di Luigi Ceccarelli e, già nell’ottobre del 1856, otteneva risultati incoraggianti. Questi risultati provocarono una immediata reazione del Fabbri che pose in essere una serie di atteggiamenti con i quali rivendicare l’antecedenza della sua applicazione. Ne segue quanto scrive, a Perugia, il prof. Sebastiano Purgotti, che loda gli esperimenti "dell’abile chimico-farmacista Angelico Fabbri in Gubbio dal quale riceve alcuni campioni del lustro aureo". Nel novembre del 1856 Luigi Barbi, gonfaloniere di Gubbio, riconosce al Fabbri i meriti derivanti da un vaso dallo stesso "colorato nell’interno con nuove tinte rosso-talco-cantaride e giallo-dorato-cantaride". Nel dicembre dello stesso anno il Fabbri riceve, dal Ministero del Commercio e dei Lavori Pubblici dello Stato Pontificio, la medaglia d’argento "essendo riuscito dopo molto studio a trovare il processo per riprodurre sulla creta i lustri ad iride".

 

Intanto il Carocci, nella fabbrica del Ceccarelli, ha grandi possibilità di produzione in ciò stimolato sia dal Ceccarelli che da un "intorno" di personaggi interessati non tanto ad "inaugurare una produzione storicistica, ma anche e soprattutto per spacciare le contraffazioni che permettevano facili e cospicui guadagni". Gran parte di questa produzione, infatti, viene venduta a Firenze dove il mercato antiquario permette facili collocazioni. In effetti, nel febbraio del 1857, il pittore eugubino Raffaele Antonioli ha modo di osservare, in quella città, questa produzione eugubina per la quale si dichiara "entusiasta per le belle stoviglie antiche".Carlo della Porta a Città di Castello, ugualmente, può ammirare questa "roba a riverbero, cose superbe, veri prodigi".

 

Si determina, in tal modo, un contesto nel quale questa produzione alimenta una "ripresa ceramica rinascimentale, non disgiunta da fenomeni quali collezionismo e falsificazione" ("Ceramiche umbre dal Medioevo allo Storicismo" di C. Fiocco e G. Ghepardi, p. 463) e che fa affermare ad un personaggio dell’intorno commerciale sopraindicato: "La scoperta è fatta e finché non sarà conosciuta si potrà dettare sempre legge" (ancora da Centro DI 1998, op. cit.).

 

Angelico Fabbri non entra in questo contesto e, impegnato nel rivendicare la sua primogenitura, nella primavera del 1857 pubblica una versione aggiornata della lettera a Sebastiano Purgotti "in cui palesava - anche sulla scorta di nuove ricerche - il metodo per far prendere a qualunque terra, la più ordinaria, il lustro giallo dorato, il rosso talco iride, il verde cantaride ecc.".

 

E’ questa divulgazione della tecnica riscoperta che introduce elementi di turbativa in questo mercato di riproposizioni "cinquecentesche" senza firma o, meglio, con la firma del principale protagonista del lustro cinquecentesco: Mastro Giorgio.( foto n. 1 e 2).

 

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L’atteggiamento assunto dal Fabbri interrompe questo mercato fasullo con grande disappunto dei protagonisti di quel giro commerciale non solo eugubino ma anche di altre parti. Il marchese Ginori, infatti, nel Monitore Toscano del 27 maggio 1857, rivendica la priorità di ricerca e applicazione dei lustri alla sua azienda e provoca una indagine che, condotta dal conte Carlo della Porta, così conclude: "... realmente Ginori fa la vernice a riverbero da del tempo; se al Fabbri (nella visita all’inizio richiamata) disse di non farla, Ginori sappi che lavora di tali articoli per antiquariato, perciò guardava il silenzio come costì (Gubbio) dovevano fare, e non hanno fatto. Una volta che Gubbio ha preso la tromba pubblicando le ricette, Ginori a tal punto ha creduto non tenere più mistero e rivendicare la sua anteriorità".

 

Ecco allora manifestarsi una situazione nuova in fatto di firme o, comunque, di dichiarata paternità poiché, con la firma, voleva affermarsi la primogenitura di ricerca e di valida applicazione.

 

Finito l’equivoco legato al silenzio che accompagnava il mercato dei falsi cinquecenteschi, dal 1857 in poi da Gubbio escono esemplari firmati a cominciare con la firma della Società Fabbri e Carocci che viene costituita, sanzionando la "pace sociale", nel frattempo intervenuta, tra Angelico Fabbri , Luigi Carocci, Luigi Ceccarelli con la sua fabbrica e altre 9 persone alcuni dei quali validissimi decoratori . D’ora in poi, infatti, nei pezzi prodotti a lustri metallici a Gubbio, vediamo (nel fronte o nel retro) firme o sigle, distinguere anche tra decoratore e lustratore e, talvolta, aggiungere perfino la data.

 

"A Gubbio i lustri videro la luce soltanto verso il 1856 in circostanze piuttosto controverse e successivamente si estesero alla vicina Gualdo" (C. Fiocco e G. Gherardi,op.cit. p. 463) e ciò, credo di poter aggiungere, senza attenderne l’ufficializzazione legata all’opera di Paolo Rubboli. Questi, d’altra parte, prima di trasferirsi a Gualdo, aveva operato a Fabriano e, qui, sarebbe il caso di soffermarsi sulla produzione a lustri metallici dove risulta, almeno, la valida applicazione della fabbrica di Rinaldo Miliani che "attratto dall’antica tradizione studia i lustri e cura la riproduzione di maioliche istoriate allo stile cinquecentesco e lustrate alla maniera di Mastro Giorgio ottenendo riconoscimenti all’esposizione del 1861 a Firenze" ("Fatti di ceramica nelle Marche dal ‘300 al ‘900", a cura di G. C. Bojani, p. 240).

 

Tornando a Gualdo e domandandosi se qui ci siano state precedenti applicazioni a quelle di Paolo Rubboli, mi pare interessante seguire le considerazioni che Amoni (op. cit. p. 63) riporta relativamente a Salvatore Sergiacomi che "nel 1861, nella sua vaseria di Porta S. Donato, produceva vasellame misto ordinario e maiolica" (l’unica, di nove fabbriche di vasellame esistenti, con produzione di maiolica). Amoni fa riferimento ad un piatto con la firma rappresentata da una S entro una losanga (rombo)e, aggiunto, Gualdo T.

 

Ritengo importante e condivido le sue considerazioni; aggiungo che, nella mia collezione, c’è anche un piatto con la stessa firma (foto n. 3).

 

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Questo piatto senza tesa presenta, in corrispondenza dell’orlo, un contorno di oro e rubino - per mezzo cm. ciascuno - perfettamente riuscito. Ha una decorazione molto raffinata, i personaggi sono disegnati con particolare cura ( si riscontra anche l’uso del "baffo di lepre"nel disegnare, ad esempio, la bocca dei personaggi), le loro vesti sono ricamate da oro molto brillante ma da un rubino sbiadito.

 

Ebbene questa firma, o meglio sigla, rappresenta qualcosa di nuovo per la ceramica di Gualdo, ad essa seguirà soltanto qualche eccezionale firma di Paolo Rubboli. Solo con la fine del secolo, infatti, sulla ceramica riverberata gualdese si generalizzerà l’uso della firma.

 

Trattasi quindi, con la sigla suddetta, di un timido esordio di firma che, senza dover proclamare una anteriorità, vuole affermare una presenza in un tipo di produzione che nuovamente si riaffaccia nella realtà gualdese dove, da tanto tempo, è stata presente ma, troppo spesso individuata, nella migliore delle ipotesi, quale produzione di "ambito eugubino".

 

La particolare cura nella decorazione che richiamavo nel piatto sopraindicato, pone il problema di domandarsi di quali "maestri" possono essersi giovate le nostre ceramiche o meglio le nostre maestranze che, non solo in quel periodo ma ininterrottamente, hanno prodotto pezzi che, in non pochi casi, possono definirsi opere d’arte. Sempre Amoni (op. cit. p. 59) ci ricorda la presenza del pittore Giulio Marvardi di Jesi che nel 1862 opera in Gualdo e qui vivrà con la famiglia fino al 1870; che, in tale anno, i nostri amministratori comunali istituiscono - nell’ambito della Scuola tecnica comunale - una sezione riservata alla formazione dei decoratori ceramici e la sezione di disegno viene affidata ai tuderti Luigi Sabbatini e Torquato Scaraviglia. Ebbene questi maestri, durante la loro permanenza a Gualdo (di più lustri), hanno operato in ceramica? Sicuramente di loro conosciamo le capacità pittoriche, ma nessuna firma, sui pezzi prodotti a Gualdo, ce lo può attestare!

 

Che Paolo Rubboli cominci ad operare in Gualdo, lo testimonia la sua firma apposta sui pezzi donati al nostro Comune nel 1878, ma c’è incertezza sull’effettivo inizio del suo importante lavoro nella nostra città. "La stessa famiglia Rubboli ha sempre pensato, in buona fede, che Paolo fosse arrivato a Gualdo nel 1873 ( nel 1973 venne infatti festeggiato il centenario della Ditta) ... la stessa Società Ceramica Umbra cita tale data"- ( M. Tittarelli Rubboli op. cit. pp. 20 e 21). Ma ciò che è più importante è che, da quella firma di Paolo (e anche da prima se vale il 1873) alla fine del secolo, innumerevoli pezzi riverberati anonimi vengono prodotti nella nostra città dalla Ditta Rubboli. In una realtà nella quale alla "riflessatura" di Paolo (sulla cui opera, purtroppo, si è potuto contare soltanto sino al 1890 anno in cui muore, anche se la moglie Daria è stata in grado di proseguire), si unisce l’applicazione particolarmente raffinata di artisti, locali e non, quali il prof. Giuseppe Discepoli - accademico -, Luigi Sabbatini e Torquato Scaraviglia - precedentemente citati quali insegnanti di disegno -, TemistocleVecchi - bravissimo pittore oltre che fratello di Daria -, Antonio Passalbuoni - eugubino, anche scultore oltre che pittore - proveniente dall’Accademia delle Belle Arti come il giovane Alfredo Santarelli, qui, alla sua iniziale esperienza in questo tipo di ceramica e, infine, Umberto Marinari formatosi all’accademia delle Belle Arti di Firenze. Ho elencato alcuni tra i più importanti nomi che hanno influenzato e qualificato questa ceramica riverberata e anonima, prodotta - per oltre 20 anni - nella nostra città (foto n. 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15 e 16).

 

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Con il prof. Santarelli, ormai pronto - con l’inizio del nuovo secolo - ad operare autonomamente, finalmente l’uso della firma sulla ceramica prodotta in Gualdo (come dal 1857 a Gubbio con la Società Fabbri e Carocci) diventa abituale. Firma con nome e cognome per esteso o, come minimo, con le iniziali nel caso di ditte individuali e, se società, con descrizione completa o con lettere e punti per descrivere compiutamente la ragione sociale.

Tutto ciò fino alla chiusura della fabbrica di Alberto Rubboli che sancisce la fine della ceramica "a lustri metallici" e allo sviluppo in Gualdo Tadino di quella, meno problematica, con il riflesso conferito con l’ausilio della chimica che, da una ventina d’anni, già conviveva con l’altra nella nostra realtà. La ceramica con il riflesso ottenuto più modernamente evitava il rischio del terzo fuoco con la muffola che, se non procedeva come necessario, poteva compromettere tutto il lavoro precedente e, particolarmente, l’impegnativa decorazione che, già predisposta, era solo da completare con l’iridescenza data dalle particelle metalliche che il fenomeno di riduzione otteneva dagli ossidi costituenti l’impasto-lustro cotto, appunto, con la terza cottura. Con la semplificazione del processo produttivo (terzo fuoco senza il rischio di compromettere tutto) si ottiene, infatti, un prodotto diverso ma di analogo effetto e, in compenso, più adeguato alle esigenze, non solo qualitative e particolari, di un mercato che, sempre più difficile e mutevole, è meglio affrontare con costi e rischi più limitati. (foto n. 17, 18, 19, 20 e 21).

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