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N. 1 - Gennaio 2008 |
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Provo a dire anchio la mia sul libro di Italo Giubilei: "Cattolici e Politica nella prima metà del Novecento". Lo hanno già fatto su queste colonne con intelligenza e acutezza Valerio Anderlini, Pierluigi Gioia, Carlo Catanossi e altri ancora. Ho letto il libretto di Italo, ho letto pure la cronaca del giorno (8 dicembre scorso) in cui è stato presentato nella sala multimediale dei Salesiani carica di commozione. Italo era lì, voglioso di testimoniare la sua coerenza cristiana, il suo impegno nellevangelizzazione cattolica, il suo amore per il Paese in cui è nato. Forse era lì anche per altro. Per annodare il suo tragitto terreno alla vita eterna: il volto fisicamente segnato, ma lo spirito lucido e vitale. "Questanno ho due obiettivi da realizzare, soleva ripetere: pubblicare il mio libro poi raggiungere mia moglie Olga in cielo". Ci lascerà quarantotto ore dopo.
Il racconto è toccante. Una morte dolce, attesa, quasi invocata. Si coglie il passaggio indolore dal vivere al morire, il premio meritato per leternità, la certezza delluomo giusto nella salvezza cristiana, il Dio che predica la rivoluzione dellamore e della fratellanza perché si è tutti figli dello stesso Padre. Una rivoluzione che ha la meglio sul tempo finito e sulle amarezze della quotidianità, che condanna le rivoluzioni che hanno insanguinato il Novecento, bugiarde nel promettere senza mantenere. Senti che la morte di Italo è fuori dalla norma, è qualcosa che ha a che fare con gli interrogativi ultimi: Chi è luomo? Da dove viene e dove va? Ha senso il vivere senza che ci si dia una qualche sia pure sofferta risposta? Italo non ha mai avuto dubbi, la risposta se la diede da giovane, gli ha permesso di dare una mèta al suo peregrinare terreno, di sconfiggere spiritualmente la sofferenza fisica, di padroneggiare la fine senza la paura del dopo. Quella presentazione con lui del suo libro nel giorno dellImmacolata, è stata, oltre che un evento editoriale, anche e soprattutto il coronamento di unesistenza trasparente, impegnata a testimoniare con le opere il suo credo religioso, innamorata del Cristo che si fa carne per noi. E' stata anche la supremazia dellamore fraterno sulla violenza di unepoca (la nostra) squassata purtroppo dalla droga dilagante, egoismi sfacciati, nevrosi alienanti.
Nel libro di Italo Giubilei non solo si annota giorno dopo giorno limpegno religioso e politico di suo padre Giuseppe, non solo si descrive lesperienza dei cattolici gualdesi nella prima metà del Novecento. Si fa di più. Si contribuisce a delineare la travagliata vicenda dei cattolici italiani nella prima metà del Novecento raccordandola a quella nella seconda metà dellOttocento. Senza di che non si coglierebbe il filo rosso che unifica la storia dei cattolici in politica dopo lavvento dei governi laicisti e anticlericali della Destra e della Sinistra storica. Governi che entrano in rotta di collisione con la Santa Sede, la quale, per reazione, non li riconosce. Italo individua così le tappe più significative di quel processo per il quale i cattolici prima si negano alla politica e poi finiscono per impegnarvisi quando si rendono conto che il Paese ha bisogno di loro, delle loro idee e ideali.
LOpera dei Congressi è la prima organizzazione del cattolicesimo militante che nasce nel 1874 senza fare politica quale oggi noi la intendiamo. Essa produce socialità, mutua assistenza, cooperativismo sia nellartigianato che in agricoltura e nelle banche. Si scioglierà nel 1904 allorché la stessa Chiesa si rende conto che non fare politica danneggia la concezione cristiana del vivere e del fare. Italo chiarisce il significato del "non expedit", due parole in latino per dire che ai cattolici italiani non conviene intrupparsi in politica perché i governi sabaudi che hanno per capitale Torino, poi Firenze e infine Roma se la prendono cocciutamente con la Chiesa statizzando (da ... liberali!) gli Enti ecclesiastici, e poi espropriandoli per tappare i buchi del bilancio statale, dietro pagamento di una rendita che è poco più duna ridicola messinscena. Non solo. Quei governi se la prendono anche con lAzione Cattolica danneggiandone le sedi e bruciandone i simboli. Quasi non basti, nel 1898 don Davide Albertario, punta di diamante dellOsservatore Cattolico, viene arrestato a Milano perché partecipa ad una manifestazione popolare che protesta contro il rincaro del pane, e il generale Bava Beccaris, su ordine del generale Pelloux allora presidente del Consiglio, spara con il cannone sui dimostranti. E' una strage. Scriverà lOsservatorio Cattolico: "Noi giornalisti portiamo la soma di giorno e di notte; siamo i cani che abbaiano in cortile per tenere lontano i ladri ... Non verrà meno il giornalismo cattolico al suo dovere, ancorché non manchino coloro che si lasciano trascinare da meschini sentimenti per perseguitarlo con disprezzo".
Lavvento sulla scena politica di fine Ottocento del socialismo marxista una sorta di religione terrena cui non preme soltanto il riscatto sociale del proletario, ma anche la visione atea e materialistica della vita non può non scuotere la Chiesa e il mondo cattolico. Leone XIII licenzia nel 1891 la Rerum Novarum, unenciclica che sa di risposta cristiana alla questione operaia. Vi si polemizza sia con il socialismo della lotta di classe che con il liberalismo capitalista, e si gettano le fondamenta per una concezione cristiana sul modo di produrre industriale, sulla centralità delluomo-persona nella fabbrica, sul solidarismo fra classi e categorie, sulla giusta mercede, sulla fratellanza come tessuto collettivo della società. Siamo agli antipodi del dogma marxista e del liberismo che deifica il mercato come supremo regolatore delleconomia. Quellinsegnamento della Chiesa diverrà il cibo di cui si nutrono i partiti o i movimenti di ispirazione cattolica che, abbandonato il non expedit, entreranno con il loro peso elettorale nellagone politico del Paese.
Infatti il 18 gennaio del 1919 nasce il Partito Popolare fondato da un prete di Caltagirone, Luigi Sturzo. Italo racconta levento per filo e per segno. Pure il nome della via con relativo numero civico nel quale si tiene a Roma la riunione da cui nasce il nuovo partito. Vi partecipa anche Mario Cingolani, deputato eletto in Umbria per numerose legislature e stretto collaboratore del prete siciliano. Il 16 novembre del 1919 i "popolari" affrontano la prima prova elettorale. Scrive Italo: "Il partito socialista porta alla Camera 157 deputati, quello popolare 100 ... Considerando però che il partito socialista aveva 27 anni e il partito popolare appena 10 mesi, il risultato fu davvero sorprendente". Poi narra la conquista del comune di Gualdo Tadino da parte dei cattolici nel 1920: eletti 22 candidati popolari contro 8 della sinistra. Capiterà il contrario, aggiungo io, nellultimo dopoguerra italiano. Poi laffermazione del fascismo, la notte buia della democrazia, la tragedia bellica, la riconquista della libertà.
Mi capita di riflettere sul prete di Caltagirone, sulla sua intuizione secondo la quale il partito popolare non può essere un partito confessionale, emanazione della Chiesa e strumento della sua politica. Al contrario, deve essere un partito aconfessionale e laico (non laicista-mangiapreti) il quale, sulla traccia dellinsegnamento evangelico (dai a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio) distingue i due poteri, si fa difensore dello Stato di diritto, non solo rispetta ma esalta la sovranità popolare, attinge il suo programma politico dallinsegnamento cattolico che teorizza una concezione interclassista della società, luomo depositario di diritti inalienabili, la vita come dono di Dio, lidea di uneconomia certo di mercato ma non affidata soltanto al mercato.
Durante la mia esperienza alla direzione de "Il Popolo" mi sono chiesto come mai sia stato un prete, e non un laico, a portare avanti quella intuizione aconfessionale che legittima la Dc a governare il Paese nel dopoguerra, ma che spinge Sturzo, se non lesilio, a vivere in terre lontane per alcuni decenni. "Perché il prete di Caltagirone risponde un mio collega ha unintelligenza e un fiuto anticipatore di eventi assai al di sopra della media nazionale".
Il libro di Italo va letto perché è patrimonio culturale gualdese, perché fotografa lesperienza di un personaggio coerente, e perché insegna a vivere, il mestiere più difficile che vi sia specie in questi tempi nostri burrascosi. E anche perché contiene, a mo dintroduzione, un saggio di Valerio Anderlini sulla storia non solo economica della nostra città: puntuale, documentato con pignoleria da topo di biblioteca qual è, acuto nella diagnosi e sicuro nella terapia. Vi si racconta il passaggio cruciale dalla Gualdo agricola dellOttocento alla Gualdo industriale del Novecento, povera la prima, benestante la seconda. Qualche cifra. "Poche decine erano gli occupati nelle attività artigianali agli inizi dellOttocento - egli scrive - tre nella cartiera, 11 nella fabbrica di salnitro, 39 nella ceramica. I proprietari di bestiame sono i più facoltosi del luogo e sono coloro che non mangiano ghiande". La pennellata parla da sé. Poi, passando ad altro argomento, narra che nel 1833 papa Gregorio XVI, con un atto di paternalismo illuminato, libera la città dallatavica sottomissione a Nocera Umbra. Saltando al 1866, ci fa sapere che accanto a coloro che festeggiano il passaggio del primo treno, altri definiscono la sbuffante locomotiva "frutto darte diabolica".
Amare Gualdo significa conoscerne la storia, apprezzarne i pregi e rilevarne i difetti. |
Italo Giubilei
Italo Giubilei: un personaggio che ci ha insegnato a vivere
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