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N. 1 - Gennaio 2008

Accademia dei Romiti

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I corsi della storia

 

di Carlo Catanossi


Negli ultimi mesi sono cambiati i parroci in alcune delle parrocchie della nostra città e non solo. Quello che è successo a Nocera Umbra ha dell’incredibile: il nuovo parroco, don Francesco Santini, non solo non è di Nocera Umbra ma neanche ha studiato al seminario di Nocera Umbra. Se solo ne avessimo parlato venti anni fa saremmo stati derisi.

Penso di non sbagliare se affermo che questo non era mai accaduto negli ultimi ottocento anni. Nocera Umbra non è solo il simbolo del degrado dovuto al terremoto è anche il segno del passaggio della storia.

Al tempo dell’unità d’Italia Nocera Umbra aveva circa diecimila abitanti; Gualdo Tadino ne contava poco più di seimila. La prima era però una città tutta incentrata sulla Curia Vescovile, sul Seminario Diocesano, sulla Cattedrale e sul suo Capitolo: oggi diremmo che si trattava di una economia incentrata sui servizi (un po’ particolari ma comunque sempre di servizi si tratta).

La seconda (Gualdo Tadino) era invece una città povera perché di sola agricoltura ci si occupava (e di agricoltura povera si parla) ma stavano decollando tutta una serie di iniziative economiche e produttive che porteranno frutto nei decenni seguenti e che avranno, come risultato finale, l’esatto contrario livello di popolazione intorno alla fine del secolo.

La crisi d’identità di Nocera Umbra è iniziata, a mio avviso, con la perdita dell’Episcopio.

Ricordo una battuta di quando ero liceale ed avevo tra i migliori amici ragazzi nocerini: ci divertivamo a prenderli in giro riguardo al fatto che, all’epoca, nella loro città non c’era il forno e, se volevano mangiare il pane dovevano importarlo ... Il che denoterebbe che imprenditori si nasce e non sempre si diventa!

Più o meno nello stesso periodo, a Gubbio, l’imprenditoria languiva.

Non ci si lasci ingannare dall’altisonanza di due note aziende che producono cemento e che in ogni altra parte del paese avrebbero fatto barricate per non avere. Indice della situazione erano gli sportelli bancari. Piccoli, limitati, tutti esterni alla realtà locale. Mancava una imprenditoria diffusa.

La crescita di Gubbio si è avuta sui servizi: quelli pubblici naturalmente cioè derivati da scelte politiche e non da logiche tecnico-economiche. I servizi hanno trainato una flebile economia che ha mosso i primi passi e si è diversificata con (mi duole ammetterlo) intelligenza.

Ora il confronto torna a noi: con la crisi dell’impresa (che è anche crisi di imprenditoria), senza un tessuto serio di servizi (non ci sono quelli tradizionali, figuriamoci se possiamo parlare di quelli avanzati!), con una macchina pubblica che continua ad assumere senza concorsi (quindi senza una vera selezione), con una scuola che dà, qua e la, qualche segno di cedimento, saremo in condizione di affrontare le sfide del futuro o saremo destinati al declino? Mi pare un bel tema di riflessione per l’inizio anno. Qualcuno può darmi una mano a pensare?

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