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N. 4 - Aprile 2008

Accademia dei Romiti

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Il mondo saccheggiato:

ripensare il nostro modello di sviluppo


Lo sviluppo economico, l’aumento del PIL, la costruzione di infrastrutture, la distruzione del territorio, sono gli obbiettivi delle nuova religione, che si va diffondendo nel mondo. L’opposizione a questo processo si limita a raccomandare uno sviluppo sostenibile, compatibile con la necessità di non stravolgere la natura, e l’assetto sociale che abbiamo ereditato. Latitano posizioni più radicali, di una riflessione sull’evoluzione in corso, e magari di un rigetto della stessa. Il formidabile impulso a questo febbrile operare è conseguenza della globalizzazione dei mercati, e dell’economia: strumenti di un potere finanziario senza frontiere, concentrato in oligarchie anonime, che hanno come "mission" l’aumento del capitale. L’uomo, nella sua individualità, o nel suo essere parte di una massa, non è l’obbiettivo di questa dinamica, ma strumento di essa.

 

La produzione di beni e la distribuzione degli stessi, si rivolge a consumatori che comprano la merce, producendo nuova ricchezza che consente al meccanismo di autoperpetuarsi. La difficoltà del sistema sta nella non inesauribile capacità di spendere e acquistare. Questa passa attraverso la disponibilità di denaro da parte della gente, entrata in crisi con l’attuale contrazione dei salari; e anche nella loro trasformazione antropologica in consumatori fanatici, che comincia ad incontrare qualche difficoltà. D’altra parte, anche la produzione infinita di beni ha un suo limite, nella capacità della natura di fornire le materie prime e l’energia necessaria a produrre le merci.

 

In queste contraddizioni sta la crisi dello sviluppo infinito.

 

Senza aspettare il futuro, le mutazioni climatiche, il saccheggio sconsiderato e distruttivo del territorio, già denunciano la sofferenza del pianeta alla devastazione umana. Per altro verso, la diffusa povertà delle masse planetarie fa giustizia delle affermazioni ottimistiche riguardo il progresso dell’umanità, la redistribuzione della ricchezza, il miglioramento delle condizioni di vita, che l’economia globale prometteva di garantire. Il quadro a tinte fosche che si va disegnando impone di ripensare tutto in maniera radicale, o quanto meno una professione di verità.

 

Sarebbe opportuno che i sacerdoti della nuova religione ammettessero le difficoltà, per poi aggiungere che il processo non si può fermare, che non è possibile tornare indietro, che bisogna prepararsi a subire le conseguenze negative, o a ricercare soluzioni che minimizzino le stesse.

 

Per altro lo svolgersi della storia umana ha comportato sempre un costo, sopportato dai più deboli. Lo sviluppo della democrazia americana ha alle spalle il genocidio degli indigeni. L’utopia comunista, lo sterminio di milioni di oppositori o presunti tali. Il nazismo, i cinquanta milioni della seconda guerra mondiale. L’unità d’Italia, i seicento quarantamila morti e il milione di feriti ed invalidi delle trincee del Carso. La grandezza di Roma, la schiavitù e la soppressione di intere popolazioni. E l’elenco sarebbe ancora lungo.

 

Ma ogni volta ci siamo rialzati, e abbiamo progredito in scienza, tecnica, organizzazione sociale.

 

Spesso il riappropriarsi dei valori etici e religiosi delle culture hanno permesso di ripartire, con la sincera aspirazione a correggere gli errori fatti, a rimettere l’uomo al centro del fare.

 

Questo momento della storia è uno di quelli.

 

Forse non possiamo cambiare il corso delle cose, ma possiamo influire nell’ambiente dove viviamo.

 

I nostri fiumi sono secchi, le sorgenti saccheggiate da multinazionali che vendono l’acqua a caro prezzo a fronte di un pagamento poco più che virtuale. La straordinaria bellezza del nostro territorio, l’incanto delle nostre città e dei nostri borghi, la meraviglia dell’architettura e delle altre opere d’arte, che i nostri padri ci hanno consegnato, sono minacciati dalla creazione di strade e infrastrutture, da una edilizia selvaggia che divora la campagna e le periferie urbane. I nostri centri storici, consegnati ad una immigrazione confusa, a volte ostile per paura od arroganza, ignara del nuovo contesto del loro vivere, hanno perso la funzione di aggregazione sociale. In pochi anni abbiamo distrutto la piazza, erede dell’agorà e del foro, e dei valori di confronto sociale e politico che lì si esprimevano.

 

Un contesto sociale lacerato, costretto a confrontarsi con una criminalità che sta abbandonando la dimensione di quartiere, e tenta un salto di qualità verso la grande criminalità. Sono solo alcuni esempi di come e quanto il problema sia anche locale, della necessità di vigilare perché il degrado non prenda campo e di costringere l’oligarchia che ci governa da mezzo secolo a comportamenti virtuosi, ripensare l’abbandono delle ideologie a favore della nuova religione della quale si propongono come nuovi sacerdoti.

 

Marcello Paci

Costume e società

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