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N. 5 - Maggio 2008

Accademia dei Romiti

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Analisi del voto

 

di Gianni Pasquarelli


Credo si possa dire che Walter Veltroni ce l’ha messa tutta nel correre per raggiungere Silvio Berlusconi. Forse si è affaticato troppo e non vi è riuscito. Che i suoi comizi, le sue argomentazioni e i suoi giudizi fossero nello stile della socialdemocrazia di Saragat o scandinava, è fuor di dubbio. Ma nei toni perentori, negli esempi studiatamente semplificativi o nelle affermazioni zeppe di presunto nuovismo spacciato per geniale creatività propositiva, egli ha calcato troppo la mano. Dando la sensazione di essere reduce da un partito di opposizione che si accinge a smerciare le novità, tracciare futuro e futuribile, sbandierare idee con cui dare l’assalto risolutivo alla fortezza ospitante il già visto e il risaputo.

 

Tirato per la giacca, del governo Prodi egli ha parlato col distacco che si deve a un’esperienza remota ancorché esso, il governo, fosse ancora acquartierato a Palazzo Chigi, tentasse di sbrogliare la matassa dell’Alitalia fra illusioni e delusioni, e pilotasse i sindacati come fossero azionisti della Compagnia alle prese con un cruciale negoziato manageriale. E ha ripetuto fino alla noia che il Professore ha risanato la finanza pubblica nella stessa settimana in cui il debito statale toccava un picco preoccupante. Questo modo furbastro e buonista di rivolgersi agli italiani, se gli ha permesso di sottrarre consensi alla sinistra antagonista depistata dal messaggio di un Veltroni scandinavo, non gli ha consentito di mietere voti nella vasta area dei moderati, memori d’un classismo odioso e vendicativo ("anche i ricchi piangano!"), di una politica fiscale miratamente punitiva, di "tesoretti" evanescenti e incorporei alla Padoa Schioppa, portato di un Visco tanto impietoso quanto dannoso in una congiuntura economica che inclina alla "crescita zero".

 

Un’altra sensazione mi ha regalato il buonismo alla Veltroni. Quando puntualizzava che l’operaio e l’imprenditore sono entrambi lavoratori da rispettare, entrambi alle prese con problemi pressanti e gravose responsabilità, entrambi accomunati da un rapporto d’interdipendenza per cui il successo dell’azienda dipende sia dalla bravura del manager che dalla passione di chi manualmente o intellettualmente vi lavora, mi sono detto, fra me e me, che era ora che l’ex sindaco di Roma approdasse sulla sponda dei De Gasperi, dei Fanfani, dei Moro, dei La Malfa, dei Malagodi e dei Craxi. Passi allora che egli vi abbia messo alcuni decenni per convertirsi, ma che voglia vendere la sua conversione come nuovismo, beh no, questo non gli si può passare, sarebbe offendere l’intelligenza degli italiani e travisare la storia risaputa del Paese.

 

Avrei qualche dubbio a concludere che il bilancio negativo del biennale governo Prodi sia tutto da affibbiare al Professore bolognese, se non nei limiti in cui egli non è riuscito a conciliare la richiesta martellante di una sinistra incurabilmente ideologica nonostante il tramonto delle ideologie, e la realtà inchiodante della dimensione ormai planetaria dei problemi con i quali si fatica a misurarsi senza innovare strutture obsolete per progettare fertilmente il futuro che si è già iniziato. Un modo per dire che una più equa ripartizione della ricchezza è doverosa e necessaria, ma essa non basterebbe se, insieme, non si riuscisse a produrre risorse aggiuntive anno dopo anno. Come sarebbe un errore ritenere che l’azzeramento parlamentare della sinistra radicale possa esonerare il nuovo governo dal migliorare le condizioni sociali del suo potenziale elettorato, o lasciare che a farsene carico sia soltanto il partito di Veltroni che lo ha elettoralmente saccheggiato.

 

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