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N. 5 - Maggio 2008

Accademia dei Romiti

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A proposito di ricorrenze

 

di Carlo Catanossi


Nei giorni in cui scrivo queste righe si sta ricordando un triste anniversario: sono passati trent’anni dalla morte di Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse dopo un lungo rapimento e dopo aver trucidato la scorta che lo seguiva.

 

Nelle trasmissioni televisive che ne parlano c’è tutta la preoccupazione di quei giorni e c’è anche uno strano gioco: far ricordare agli intervistati cosa facevano quel giorno, come seppero del rapimento, come reagirono alla notizia.

 

Dalle testimonianze emerge un grande coinvolgimento di tutto il Paese in quell’avvenimento, in quella fase così drammatica e dura non solo per la famiglia dello statista, per i suoi amici, per i suoi allievi ma anche per tutti coloro che avevano a cuore lo sviluppo democratico e la convivenza civile della Nazione.

 

Facendo quattro chiacchiere con mio figlio diciassettenne mi accorgo però che chi non ha vissuto direttamente quegli anni poco sa di cosa significarono, di cosa passammo, della durezza delle scelte che dovemmo fare.

 

Il poco che si sa, molto spesso, è frutto della pubblicistica di quei signori che stavano dall’altra parte, dei carnefici, per capirci, e non delle vittime; le posizioni più note sono quelle che ci raccontano certi odierni cattivi maestri dimentichi del passato e protesi verso un futuro basato sull’oblio delle loro scelte pregresse e non sul loro superamento dopo averle rinnegate.

 

Allora scelgo di raccontare anch’io come vissi quel giorno (che ricordo come fosse oggi) per non sembrare distaccato o freddo davanti a tanta crudeltà.

 

Ero all’ultimo anno di liceo e non mancava molto agli esami. Quella mattina ero uscito per caso dall’aula per andare al bagno ma dallo stanzino dei bidelli sentii la radio che annunciava il rapimento di Moro. Erano giorni pesanti e quasi mai ne passava uno senza un omicidio, un attentato, una gambizzazione. Erano anche i giorni di una delle tante crisi di governo che si stava risolvendo con l’ingresso dei comunisti nel dicastero Andreotti.

 

Rientrai in fretta in aula con una forte emozione ed annunciai la notizia ai compagni di classe e all’insegnante. Subito decidemmo la mobilitazione degli studenti. Eravamo i più grandi e dovevamo assumerci delle responsabilità!

 

Io mi occupai della campanella: cera una campanella sotto l’orologio e c’era un interruttore per suonarla; non c’era una spinta automazione ed i bidelli dovevano spingere il pulsante all’ora giusta per suonare il cambio delle ore (da qui l’unica manomissione possibile che era quella di mettere avanti le lancette dell’orologio in caso di lezioni ... non gradite).

 

Mi attaccai a quell’interruttore e suonai finché non furono tutti usciti dalle aule.

 

Massimo e Peppe, noti agitatori di piazza, si occuparono di andare in ogni classe per far capire che la giornata era finita e che si doveva andare in piazza. Così facemmo!

 

Salimmo al centro e non eravamo né soli né primi. Non eravamo tuttavia molti!

 

Gli operai non c’erano ovvero erano pochi; ricordo che in angolo c’erano alcune donne e mi dissero che erano del pantalonificio Lispi. I negozi avevano già le serrande abbassate a metà; facemmo un giro per far abbassare le poche che erano rimaste aperte (c’era anche quella di mia madre). Non sapevamo cosa fare ed in effetti non facemmo nulla. La piazza, che non si riempì si svuotò presto e cominciò l’incubo che ci avrebbe accompagnato fino al mese di maggio.

 

Avevamo paura.

 

Quando Moro fu ritrovato cadavere ci fu una manifestazione con corteo e comizio:

 

le bandiere dei partiti c’erano tutte, dietro queste eravamo pochissimi: la gente aveva molta paura.

 

Molte furono ancora le occasioni in cui fummo messi alla prova: prova di pazienza, di fiducia nelle istituzioni, di rispetto delle regole, di rispetto delle persone.

 

Le superammo con dignità e vincemmo la partita: si abbiamo vinto!

 

La paura passò, la democrazia sopravvisse e si consolidò, le arie da agitatori sociali di alcuni di noi trovarono presto il modo di raffreddarsi.

 

C’è un bel libro recente che racconta qualcosa di quegli anni; lo ha scritto il figlio del commissario Luigi Calabresi, una di quelle vittime che vollero far passare per carnefice mentre i suoi veri assassini e i loro sodali se ne stanno ancora oggi rintanati nelle redazioni di importanti quotidiani o in ricercate trasmissioni televisive per iniziati. Vale la pena leggere attentamente questa testimonianza per capire e celebrare meglio un anniversario così importante.

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