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N. 5 - Maggio 2008

Accademia dei Romiti

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Rubboli, Gualdo Tadino e Fabriano

 

di Gianfranco Materazzi


Nell’articolo pubblicato su questo giornale nel dicembre 2007, mi sono soffermato sulla primogenitura nella riscoperta del lustro metallico cinquecentesco in ceramica. Ho pertanto parlato di vari personaggi e luoghi (Pesaro, Doccia-Firenze, Faenza, Fabriano, Gualdo e Gubbio) coinvolti nel problema. Ho concluso che, pur prendendo atto di precedenti tentativi nelle altre località, in Gubbio troviamo i risultati più significativi ad opera del farmacista Angelico Fabbri e, soprattutto per intensità di applicazione, di Luigi Carocci.

 

Con questo personaggio varie fonti collegano l’apprendimento e/o il perfezionamento di tale tecnica a Paolo Rubboli, al quale sono legate le iniziali applicazioni del lustro a Gualdo Tadino.

 

Mi propongo allora di indagare nella vita di Paolo e osservo che, malgrado la storia di seguito descritta, egli risulta residente in Pesaro fino al giugno del 1878. Quando, il 25 dicembre 1865, gli nasce il primo figlio dalla prima moglie, egli risulta documentato (lo indica una ricerca di Mario Becchetti) come maiolicaro, cioè lavorante in creta. Il pronipote di Paolo, Maurizio Tittarelli Rubboli, anche in base alle pubblicazioni esistenti, ipotizza un rapporto professionale di Paolo con il Carocci, presso la Ginori di Doccia, nell’arco di tempo in cui il Carocci vi è stato chiamato e cioè dal febbraio 1863 al dicembre 1866 quando muore ("La maiolica Rubboli a Gualdo Tadino", pag. 16). Becchetti sposta questo periodo di permanenza del Rubboli a Doccia a dopo i1 1867 anche perché, in un atto notarile del 1871, come testimone, Paolo risulta qualificato quale lavorante in porcellana, qualifica appropriata alla permanenza a Doccia e comprensibilmente differente, a distanza di sei anni, dall’altra di maiolicaro sempre attribuitagli, in atti, nel comune di Pesaro. Questa discordanza è importante per sostenere l’effettivo addestramento alla tecnica del lustro di Paolo Rubboli ad opera del Carocci, possibile con l’ipotesi del Tittarelli Rubboli e non con quella del Becchetti, stante la morte del Carocci nel 1866. Se si esclude l’ipotesi del Tittarelli Rubboli, rimane la possibilità di acquisizione di competenze restando a Pesaro, dove il Becchetti riferisce anche dell’amicizia di Paolo con Michele Gai, figlio di Pietro Gai che, prima degli altri e "fin dal 1830" ("Ceramiche Umbre dal Medioevo allo storicismo" di C. Fiocco - G. Gherardi, pag.463), si applica alla riscoperta dei lustri cinquecenteschi come e quanto gli è possibile, poiché riveste un ruolo importante nella "Benucci & Latti" se, nel 1834, viene chiamato a dirigerla alla morte del Latti, direttore-comproprietario. Nel 1848, comunque, espone piattini e tazzine da caffè lustrati.

 

Tornando ai rapporti di Paolo con Michele Gai, se non di amicizia come non supporre comunanza di interessi e di attività estensibili alla famiglia di Michele considerando anche quanto aggiungerò successivamente riguardo al padre e tenendo conto del fratello Cesare che, morto il padre nel 1866, entra l’anno dopo nella "Benucci & Latti" e non da sprovveduto se il Bojani scrive : "La storiografia locale (Pesaro) attribuisce la priorità della rinascita italiana degli istoriati cinquecenteschi ai pittori Tito Magrini e Cesare Gai figlio di Pietro ..." ("Fatti di ceramica nelle Marche", pag.103). D’altra parte stiamo parlando di Paolo Rubboli che, nel 1865, ha 27 anni e non solo è coniugato ma ha anche un figlio, quindi lavora (maiolicaro) e, probabilmente, proprio nella fabbrica diretta da Pietro Gai e applicato nel lustro o, più modestamente, nell’ulteriore ricerca al riguardo. Teniamo conto, infine, che alla gioventù di Paolo corrispondono, invece, i quasi 60 anni di Pietro Gai che morirà l’anno dopo e che siamo negli anni nei quali, con l’eredità di Giusto Giusti, di Fabbri e Carocci e, quindi, di Doccia e Gubbio in particolare, si è maggiormente vicini a rivivere, con la produzione di pezzi significativi, le magnifiche iridescenze cinquecentesche. In questa nuova realtà e felice prospettiva, pertanto, vedremo liberarsi le potenzialità che Paolo Rubboli sarà capace, successivamente, di esprimere.

 

Lo spostamento dell’eventuale permanenza di Paolo a Doccia, a dopo il 1867, potrebbe essere, allora, plausibile. Lo stesso Tittarelli Rubboli parla del bisnonno come "consulente" a Doccia, ma se era in grado di ricoprire questo ruolo, come non dare per scontato che a Pesaro aveva acquisito quanto necessario per farlo e tanto più opportunamente dopo la morte del Carocci avvenuta nel dicembre del 1866? Lasciamo per il momento Doccia e spostiamo la nostra attenzione a Fabriano dove è certo che Paolo, fin dall’inizio degli anni 70, opera presso la fabbrica di terraglie e ceramiche artistiche di Cesare Miliani. E’ importante soffermarci su questa fabbrica poiché se ci interessa in relazione a Paolo Rubboli, ci sono anche altri aspetti interessanti per la ceramica e la sua storia. Questa fabbrica, nei documenti, viene inizialmente descritta come "Fabbrica di terraglia, bianca e dipinta, resistente al fuoco e ad uso inglese, della ditta Pietro Miliani". Conosciamo, così, un termine nuovo: terraglia; essa è prodotta in Fabriano nel 1834 dal Cav. Antonio Ronca. Trattasi di un impasto di argille bianche che, dopo la cottura, si può subito dipingere e impermeabilizzare con la cristallina. E’ un materiale leggero, resistente, economico e competitivo stante la facilità di lavorazione anche con sistemi semi-industriali. Alla fine del XVIII° e nel XIX° secolo è di gran moda, sovente sostituisce la maiolica e utilizza in particolare la decorazione "a decalcomania", già utilizzata in Inghilterra dove la terraglia venne inventata nel 1760.

 

Abbiamo inoltre nominato Pietro Miliani, industriale molto importante per Fabriano, cui è da riferire la notorietà assunta dalla locale cartiera. Malgrado l’intestazione però, è il figlio Rinaldo che, nel 1853, acquista questa fabbrica di terraglia e ceramiche artistiche da Raffaele Maruti subentrato, a sua volta, al Cav. Antonio Ronca nel 1844. Ed è di Rinaldo Miliani che il Bojani scrive: "Attratto dall’antica tradizione studia i lustri e cura la riproduzione di maioliche istoriate allo stile cinquecentesco e lustrate alla maniera di Mastrogiorgiorgio ottenendo riconoscimenti all’Esposizione del 1861 a Firenze" (op. cit., pag. 240). Ecco che, allora, in alternativa all’ipotesi di acquisizione della tecnica del lustro in Pesaro, presso la "Benucci & Latti" con Pietro Gai, o a Doccia, presso la Ginori con Luigi Carocci, anche Fabriano avrebbe potuto rappresentare il luogo di addestramento e/o di perfezionamento cercato da Paolo in una tecnica ceramica per la quale, infine, non è insignificante che suo nonno Francesco venga ricordato, nel testo del Minghetti "I Ceramisti", per lo studio (addirittura si parla di insegnamento da lui impartito) e i tentativi effettuati, in Faenza "verso il 1840", presso la fabbrica dei conti Ferniani in cui, proprio per questo, viene chiamato da Pesaro.

 

"Ritengo comunque fondamentale questa stretta parentela per la formazione artistica di Paolo ..." scrive giustamente il Tittarelli Rubboli (op.cit., pag. 15) non tanto per quanto aggiunge di seguito, quanto per mettere in relazione l’operato di Francesco (se verso il 1840 viene chiamato ad insegnare si deve ammettere che, negli anni trenta, si è applicato alla tecnica del lustro) con gli studi e i primi tentativi, già ricordati, di Pietro Gai a Pesaro fin dal 1830 (guarda caso!) e che procurano nel 1848 i primi risultati. In una tale situazione si può ipotizzare che Pietro Gai, quando il "compaesano" Paolo Rubboli (nepote di Francesco con cui avrà, pertanto, condiviso, circa 30 anni prima, l’interesse per la riscoperta dei lustri cinquecenteschi) è in età di lavoro e nel 1865 risulta maiolicaro, non lo sia con lui che è direttore della "Benucci & Latti"?

 

Se si condivide quanto sopra, è più facile concludere localizzando l’addestramento di Paolo in Pesaro e definire il suo percorso successivo come quello di un "maestro del 3° fuoco" che se, infine, si "attenda" a Gualdo Tadino, per dar vita ad una importante Azienda produttrice di ceramica lustrata, lo fa dopo varie "consulenze" per le quali è difficile fissare date e luoghi precisi anche perché sono, per loro natura, temporanee, diffuse, sovrapponibili e poco documentabili.

 

Se è vero che la storia non si fa con le ipotesi, ma con i fatti e i documenti, è anche vero che, in subordine, il buon senso può e, in mancanza d’altro, deve guidarci.

 

A questo punto ritorniamo nella fabbrica di Cesare Miliani presso la quale è senz’altro finito il Nostro. Cesare Miliani succede al padre nel 1863, è più intraprendente e capace, perfeziona le tecniche di produzione sia della terraglia che di una gamma considerevole di articoli, compresi quelli a lustro (foto n. 1, 1a, 2, 2a), sviluppando sensibilmente la capacità produttiva dell’Azienda. L’apprezzamento della sua Fabbrica - legato non tanto ai prodotti lustrati quanto alla consistente ed apprezzabile produzione di articoli in terraglia variamente decorati, sfruttando anche la tradizione derivante dalla produzione dei precedenti proprietari: Ronca, Maruti e di suo padre - risulta da tutta una serie di premi e riconoscimenti ottenuti nel 1867 a Parigi, nel 1869 ad Ancona, nel 1870 a Teramo, nel 1872 a Urbino e Ancona e nel 1873 a Vienna. Dal 1873 le notizie relative a questa Fabbrica e soprattutto ai suoi riconoscimenti vanno scemando e fanno pensare ad un ridimensionamento. Per quanto ci riguarda, cioè il Rubboli e Gualdo Tadino, questa constatazione non è irrilevante: è a tale data, infatti, che si fa risalire il rapporto di Paolo Rubboli con la nostra città. Nel 1973, non a caso, la famiglia Rubboli celebrò il centenario della Ditta anche se il pronipote Maurizio manifesta (op. cit., pag. 20) qualche riserva per la Ditta, ma ammette rapporti collaborativi con la ceramica gualdese. L’ipotesi, quindi, di Amoni ("L’arte Ceramica di Gualdo Tadino", pag. 63) secondo la quale gli iniziali contatti di Paolo Rubboli con la nostra città, potrebbero aver interessato la fabbrica di Salvatore Sergiacomi che, fin dal 1861, risultava unica produttrice di maiolica (tra le nove fabbriche esistenti, ma con produzione di vasellame d’uso comune), è alquanto verosimile. D’altra parte i piatti lustrati (foto n. 3, 4, 3/4a), che nel retro presentano un rombo con all’interno S e all’esterno Gualdo T., a chi possono essere attribuiti più opportunamente? Osservando i due pezzi, ci rendiamo conto di un’altra particolarità: sono più leggeri degli altri dalle stesse dimensioni. Essi, infatti, hanno il "biscotto" in terraglia, più leggera della maiolica. Ritornando alla terraglia, ritorniamo a Fabriano e qui, tra i produttori della stessa, oltre al Miliani e sin dal 1867, troviamo la fabbrica di Sante Monti e Vitaliano (figlio) dei quali si conosce la produzione di terraglia bianca, smaltata e/o colorata e un’altra di Erminio Corsi del quale però, oltre che produzione di terraglia bianca, smaltata e/o colorata, conosciamo anche pezzi con decorazione molto delicata e lustrata con oro e rubino (foto n. 5, 5a).

 

Non a caso alcune fonti ce la indicano come fabbrica fabrianese di provenienza di Paolo anche perché, qui, avrebbe lavorato Daria Vecchi prima di diventare, nel 1877, Daria Rubboli. C’è, però, da considerare che la fabbrica Corsi nasce nel 1880 e Paolo Rubboli, con Daria e Alessandro avuto dalla prima moglie, trasferiscono la loro residenza a Gualdo Tadino il 12 giugno 1878. Per tale ragione è da rettificare questa provenienza e riferirla alla fabbrica di C. Miliani.

 

Se osserviamo il piatto con il marchio in pasta Corsi, notiamo il "biscotto" in terraglia, la decorazione fitomorfa molto delicata come lo è anche il lustro e ci viene spontaneo il confronto con altri pezzi diversamente firmati ma del tutto simili. Osserviamo, allo scopo, i pezzi di Antonio Sergiacomi conservati nel Museo della ceramica a lustro di Gubbio-Porta romana- (dal quale è stata ripresa anche la foto n. 1), anch’essi con marchio in pasta (foto n. 6, 7, 8, 9) e un altro pezzo di altra collezione (foto n. 10, 6/10a).

 

Questo marchio fa domandare sia ad Amoni, (op. cit., pag. 79) che a Becchetti ("Appunti sulla ceramica di Gualdo Tadino", pag. 42), se Antonio Sergiacomi si limitava a produrre e fornire il "biscotto" o produceva anch’egli ceramica lustrata. Il dubbio viene risolto dai pezzi di cui alle foto n. 11 e 12 che, nel retro (foto n. 11/12a), presentano la A e la S di Antonio Sergiacomi in blu, quindi non in pasta e diversi da come li tracciava e sovrapponeva il prof. A. Santarelli.

 

In quest’ultime considerazioni abbiamo visto fabbriche con prodotti lustrati simili: Corsi a Fabriano, Antonio Sergiacomi a Gualdo Tadino, nepote di Salvatore e, insieme, parenti di altro ceramista: Giuseppe Sergiacomi padre di Eleonora moglie del prof. Santarelli; mi fermo in quanto c’è già il necessario perché, nella storia ceramica della nostra città, si possano percepire l’importanza della tecnica del lustro, della sua diffusione, dei collegamenti e collaborazioni umane e geografiche di questo periodo e fatto si che, alla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento, Gualdo Tadino è stato il centro ceramico italiano più importante per la produzione mastrogiorgesca.

Ceramica

 

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