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N. 6 - Giugno 2008

Accademia dei Romiti

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I perché di una sconfitta

 

di Marcello Paci


Le elezioni dell’aprile scorso hanno decretato la fine della rappresentanza parlamentare dei partiti, e dei movimenti post-comunisti, e di quelli che ancora orgogliosamente si proclamano tali.

 

Non soddisfa la tesi di un incidente di percorso, di una legge elettorale iniqua, fatta apposta per azzerare i partiti minori.Il solo partito della rifondazione comunista aveva nelle passate elezioni un consenso, che gli avrebbe dovuto permettere agevolmente di superare lo sbarramento. Per di più, in queste elezioni si presentava insieme agli altri partiti della sinistra radicale, ed ai verdi. Gli elettori gli hanno voltato le spalle. Il processo che ha portato a questo risultato, parte da lontano.

 

L’utopia egalitaria e di giustizia sociale, il tentativo di superare gli egoismi individuali e di classe ha percorso la storia dell’uomo da sempre. Movimenti religiosi bollati come eretici, alcune forme di organizzazione sociale tribale, scuole di pensiero filosofiche come i pitagorici nella Calabria della magna Grecia, sono solo alcuni esempi.

 

Poi nell’800 Marx, filosofo tedesco di matrice hegeliana, dette dignità di ricerca scientifica a questa latente aspirazione, in uno studio ponderoso che lo impegnò tutta la vita. Egli partiva dallo studio del processo di industrializzazione che esplodeva in quegli anni nella vecchia Europa, e che poneva drammaticamente in risalto le disperate condizioni di vita degli operai, ed il progressivo arricchimento dei capitalisti, che quella forza lavoro impiegavano nelle proprie fabbriche. Lavoro minorile, turni di 13-14 ore ogni giorno, salari da fame, malattie e vite brevi per l’eccessivo sfruttamento. Marx pensò che la soluzione inevitabile della cosa sarebbe stata la rivolta della classe proletaria, la collettivizzazione dei mezzi di produzione, l’abolizione di tutte le classi.

 

Alcuni decenni dopo questo si realizzò in Russia, con una variabile non prevista, cioè a sollevarsi fu un popolo di contadini contro una anacronistica aristocrazia, nella sostanziale assenza di una borghesia capitalistica. Non era proprio in linea con le aspettative di Marx, comunque per circa ottanta anni dalla rivoluzione di Ottobre, l’utopia si fece storia, si incarnò in uno stato, con una forza espansiva che si sarebbe fermata solo alcuni decenni fa. Poi il mito crollò, l’Unione Sovietica si dissolse non in seguito a controrivoluzioni o guerre esterne ma per implosione interna. Venne alla luce la follia di quella società di finti uguali, regno invece della sopraffazione, della violenza, della tristezza del vivere affogato in fiumi di vodka.

 

Quel galantuomo del segretario dei comunisti italiani, Enrico Berlinguer, con la prudenza che gli venivano dal suo carattere, dal suo ruolo e dalla lunga militanza, da tempo aveva parlato di fine della spinta propulsiva dell’URSS. Da allora il partito comunista italiano aveva cominciato a prendere le distanze. L’esperienza storica finì e l’idea fu riconsegnata ai libri e agli studiosi come tante altre nella storia dell’uomo. Rimase il problema di un classe dirigente nel mondo, in Europa e in Italia e di una base che dovevano reinventarsi nuovi obbiettivi e strategie da mettere in campo.

 

Nel frattempo la teoria liberista, nelle forme del mercato globale, del potere finanziario oligopolista, si è andata imponendo, conquistando alla sua causa anche paesi, come la Cina, che si definiscono ancora comunisti. In qualche modo la soppressione delle classi invocata da Marx, si è realizzata con la trasformazione delle masse e degli individui in consumatori. Il mutamento ha assunto caratteri antropologici, con la scomparsa delle grandi idee e trasformazioni, e la ricorsa a modelli ed obbiettivi meno ambiziosi: la macchina, la casa, la settimana bianca, Sharm-El-Sheik, il divertimento. La sinistra ha visto la progressiva scomparsa del proletariato operaio e contadino e la classe dirigente si è arroccata in un elitarismo salottiero e parolaio che tradiva nella sua spocchia intellettuale la crisi di rappresentanza a cui era condannato.

 

L’attenzione al mondo dei diversi è diventato il nuovo target, si è voluto vedere negli eterogenei emarginati della società consumistica, una nuova classe di sfruttati, che avrebbe sostituito il vecchio proletariato. Anacronistici ed invecchiati figli dei fiori, frequentatori dei centri sociali, omosessuali, tossici, carcerati, immigrati, non importa se delinquenti o virtuosi, anzi meglio i primi. Insomma condizionati dal pregiudizio ideologico delle classi di sfruttati e sfruttatori, si è guardato a questi come ai nuovi bisognosi di rappresentanza.

 

Ma l’obbiettivo è riduttivo con quella storia alle spalle, per di più in competizione con altri movimenti e partiti che da sempre ne hanno fatto la loro ragione di esistenza minoritaria.

 

E poi questa nuova base rappresenta un amalgama indistinto e confuso, non vera classe, senza una consapevolezza identitaria, Spesso con l’obbiettivo modesto di poter partecipare al banchetto consumistico. L’utopia comunista non era questo, era il sogno di fondare un nuovo mondo senza bisogno di Dio, dove l’uomo sarebbe riuscito a trovare dentro di sé la forza per garantire a tutti una vita degna, forse la felicità. Prima di Marx l’avevano sognato gli illuministi francesi, ma si accorsero che la grandezza del disegno aveva bisogno di sangue e ci fu Robespierre e Saint-Just.

 

Lo capirono Stalin e Mao e più di tutti Pol Pot, ma il sognò è annegato in quel mare di sangue.

 

Perché quella violenza nasceva dalla necessità di cambiare l’uomo, di farne altra cosa rispetto alle sue fragilità, alla sua individualità, alla sua libertà.

 

Occorrevano masse obbedienti e disposte incondizionatamente a seguire la strada tracciata da grandi timonieri. La gente, dopo tanto dolore, s’è stancata

non ci ha creduto più. Ha preso atto della bugia delle progressive e meravigliose sorti dell’umanità e sta tornando a Dio, ai luoghi della fede, al suo essere corpo ed anima. Questa è la sfida odierna al mondo pagano del consumismo, dello sfruttamento selvaggio della terra, alla banalità del male che Hanna Harendt scoprì nei lager nazisti, alla violenza fine a se stessa.

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