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N. 7 - Luglio 2008

Accademia dei Romiti

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Cruciale dilemma nel Pd

 

di Gianni Pasquarelli


Che nel Pd si polemizzi sotto traccia e si discuta poco alla luce del sole, si può anche capire. Una sconfitta elettorale trascina di per sé mugugni, alimenta ripensamenti, spinge a riprogettare il futuro prossimo e meno prossimo. Anche la storia della Dc è punteggiata da crisi o rimpasti di governo quando il responso delle urne registrava cadute del consenso popolare. Con una differenza, tuttavia. Che le crisi di governo, allora, non spezzavano le alleanze storiche fra i partiti alleati nella maggioranza, si cambiava talvolta il premier, tal altra si alternavano i ministri ai dicasteri più importanti. Ma la formula dell’esecutivo restava sostanzialmente la stessa perché mancava l’aritmetica parlamentare che garantisse un ricambio e la guerra fredda in Europa lo sconsigliava. La Dc era però generosa nell’organizzare dibattiti, confronti e approfondimenti quando le urne non la premiavano.

 

Si fatica perciò a comprendere perché il Pd non abbia colto l’opportunità di organizzare un qualche incontro per discutere sulla sconfitta subita, tanto più che a reclamarlo erano i rappresentanti dei vari filoni politico-culturali che animano la dialettica non sempre fertile nel giovane Partito. Né è pensabile che la titubanza del Pd a discutere sulle cause della sberla elettorale sia attribuibile a un egocentrico o banale tatticismo. È che il partito, a parer nostro, si trova di fronte a un dilemma cruciale. Se esso tenta di riaggregare le varie anime della sinistra italiana, da Rifondazione fino a Boselli e oltre, per tener fede alla sua vocazione di forza di governo, rischia a dir poco una stizzita polemica con gli ex-democristiani di sinistra; se non lo fa per tenersi buoni quest’ultimi, la sua prospettiva governativa rischia d’inclinare al sogno, al pio desiderio, al disegno velleitario.

 

Emanuele Macaluso, sull’ultimo numero della sua rivista, tratteggia un quadro tanto impietoso quanto centrato del malessere che si respira a sinistra, e propone una ricetta che è un invito a "ragionare sui fatti guardando come stella polare al Partito socialista europeo (Pse)". Forse sottovaluta, Macaluso, una circostanza tutt’altro che ininfluente. Cioè che nel Pse milita un socialismo tedesco che già nel 1959 ratificò a Bad Godesberg la bocciatura dell’ideologia marxista; che i socialisti di Mitterrand a Epinal rinnovarono ideologicamente la Sfio col sangue fresco dei nuovi Club; e che Tony Blair si guardò bene dal restituire alle Trade Unions (sindacati) lo stesso potere che aveva ingessato le strutture economiche del Regno Unito. Si vuol dire che il comunismo italiano, di fronte al crollo del muro di Berlino e al tramonto per implosione dell’imperialismo sovietico, affidò il suo svecchiamento più al simbolismo delle sigle (Pci, Pds, Ds) che al netto rifiuto del comunismo come ideologia e prassi. Ciò contribuisce a spiegare la sopravvivenza da noi di un comunismo strisciante, rifondarolo e antagonista dal quale, è vero, il Pd veltroniano si è distanziato, ma col quale dovrà misurarsi per tener fede alla sua prospettiva di forza di governo. Con le conseguenti, negative implicazioni nel rapporto con la componente di ispirazione cattolica all’interno del Pd.

 

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