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N. 8 - Agosto 2008

Accademia dei Romiti

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Povere opere di misericordia

 

di Carlo Catanossi


Non è facile parlare di buche sulle strade piuttosto che di lampadine fulminate quando intorno a te il mondo vive situazioni epocali ed affronta storie delicate con la proverbiale eleganza dell’elefante nel negozio di cristalli.

 

Per questo, cari venticinque lettori di questa rubrica di un giornale di periferia provinciale, se vorrete continuare a leggermi, dovrete sopportare la mia tristezza ed assecondare il mio sforzo nel voler trattare un tema delicato e non legato alla nostra attualità cittadina ma al nostro essere uomini e donne che camminano per le vie del mondo e nella storia.

 

Mentre scrivo un tribunale ha deciso che ad una giovane ragazza di nome Eluana sarà tolta l’alimentazione (cibo ed acqua) per lasciarla morire. L’hanno chiamato "rispetto delle volontà" che forse un giorno la ragazzina avrebbe espresso; hanno parlato di stop all’accanimento terapeutico; hanno declamato la vittoria della qualità della vita.

 

Eluana ha avuto un incidente 16 anni fa e, da allora, vive una vita diversa dalla nostra, non comunica, non si muove, non sorride. Ma vive.

 

Alcuni parrucconi (nel senso inglese), che solo un concorso vinto una volta nella vita definisce Giudici (io non sono certo tra quell’esiguo 18% di italiani che stimano la Magistratura quale riferimento civile per il nostro Paese), possono prendersi la libertà di stabilire che si può far finire la vita e staccare la spina.

 

Ma non c’è nessuna spina da staccare in questo caso; l’accanimento terapeutico è l’eccesso di cure che può non essere opportuno, può non essere condivisibile, alla fine può anche non essere umano.

 

Non è questo il caso in esame: il Giudice (in coincidenza con una colpevole assenza della politica che non sa fare sintesi di posizioni e dare norme condivise o, quanto meno, largamente sostenute nel Paese), si è preso il compito di definire il salto qualitativo da dare alla vita.

 

Abbiamo così fatto un altro passo verso l’annullamento della civiltà; stiamo già selezionando che tipo di figli avere, provvederemo presto a togliere di mezzo tutti coloro che sono pesi per la società, stabiliremo a breve quale è il tipo di vita che può avere diritto di essere vissuta e quale invece no.

 

Non vorrei essere nei panni del padre di Eluana che mi impressiona per la sua tranquillità. A lui l’augurio sincero di essere tranquillo ancora in futuro e fino alla fine dei suoi giorni. Non immagino l’etica di quel medico che "provvederà" ad eseguire la sentenza.

 

A me la speranza, a tutti noi l’augurio, che ci possa essere un Paese normale in cui le leggi le fanno i rappresentanti del popolo ed i giudici le applicano.

 

Ed, infine, una considerazione sulla nostra cultura della vita.

 

Tra le sette opere di misericordia corporali (chi più ricorda quelle spirituali tra cui si trova persino: sopportare pazientemente le persone moleste?) c’è: dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati. Queste erano le "norme" che reggevano un tempo, almeno idealmente, la convivenza tra gli uomini e l’azione collettiva della società.

 

Eluana è stata "condannata" da un giudice a morire di fame e di sete (forse quando leggerete queste righe Lei non sarà più tra noi) e tutti noi siamo stati esentati, dalla stessa sentenza, dal compiere le due opere di misericordia.

 

Ma non è questo il Giudice che giudicherà le nostre opere.

 

E' questa la nostra certezza e la nostra fortuna.

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