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N. 8 - Agosto 2008

Accademia dei Romiti

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Estate e ... sfida educativa


Gli schiamazzi di un gruppo di adolescenti in una notte di mezza estate mi fanno tornare in mente alcune intuizioni emerse durante gli incontri primaverili offerti ai genitori dal Consorzio delle Autonomie Scolastiche in collaborazione con il CGS. Anzitutto la partecipazione di circa duecento genitori ai quattro incontri bisettimanali proposti non è poca cosa per una realtà relativamente piccola come la nostra e segnala un forte interesse delle famiglie per l’educazione. Segno che vivono con qualche affanno ed apprensione la crescita dei propri figli ed avvertono quella che in molti definiscono ormai "emergenza educativa".

 

In effetti, come è stato spiegato dagli esperti, è sempre stato un po’ così: ogni generazione ha assistito con disagio alla presa di autonomia ed alla rivendicata diversità dei figli e nipoti. Eppure in questo nostro tempo c’è qualcosa di abbastanza diverso dal passato, dovuto essenzialmente a due fattori nuovi: 1) l’accelerazione dei cambiamenti sociali e culturali e 2) la rivoluzione/invasione dei mezzi di comunicazione (TV, internet, ecc.). La combinazione di questi due fattori fa sì che siano di molto amplificate le differenze di sensibilità e di comportamento tra gli adolescenti di oggi e quelli di trent’anni fa. Ad esempio, la vita di strada o di quartiere che ha accompagnato la nostra crescita in compagnia dei "soliti amici", è oggi sostituita dalla realtà virtuale delle chat, che rischiano di isolare le persone e spingerle quasi a cambiare la propria identità a seconda dell’interlocutore del momento. Diventa dunque più difficile immedesimarsi nella condizione dei propri figli e fare il confronto con le esperienze vissute in prima persona solo pochi anni prima. Inoltre, si sta osservando uno scarto paradossale tra la enorme ricchezza di informazioni, di opportunità e di occasioni offerta ai giovani di oggi (rispetto a quelli di ieri) e la loro apparente fragilità e mancanza di protagonismo. Addirittura, abbiamo constatato come i docenti delle scuole di grado superiore, a partire dall’Università e dalle scuole di secondo grado, riconoscano un progressivo peggioramento della capacità di autonomia e della preparazione culturale (soprattutto nelle materie scientifiche, ma non solo). Questo è vero su scala nazionale, se la nuova Ministra dell’istruzione, dopo aver riconosciuto che l’Italia è al 33° posto in Europa in lettura, al 36° in cultura scientifica, al 38° in matematica, ha affermato che la patente delle tre I lanciata dal precedente governo Berlusconi (Inglese, Internet, Impresa) "non puo’ essere presa a scapito della della quarta I: la I di Italiano, termine in cui ricomprendo l’antico trinomio <<leggere, scrivere e far di conto>>".

 

Dunque, siamo forse per la prima volta nella storia di fronte ad una generazione che sul piano culturale rischia un analfabetismo di ritorno, pur in presenza di mezzi e strumenti quasi illimitati. Rischia addirittura di arretrare rispetto ai propri genitori. Dobbiamo forse risalire al tempo delle invasioni barbariche per trovare una involuzione che rappresenti qualcosa di simile! Potremmo a questo punto domandarci se dunque questa situazione segni l’inizio di una recessione irreversibile. Penso che non sarà così se cercheremo di capire i motivi di questi segnali di allarme e ci aiuteremo a trovare le opportune contromisure. Probabilmente ci eravamo illusi che ad una più ampia offerta di possibilità economiche e culturali corrispondesse una crescita qualitativa delle persone. Invece la realtà ci dimostra che è inutile offrire opportunità ai giovani, se non si cura, in modo personale e, vorrei dire quasi artigianale, la crescita delle singole persone, favorendo lo sviluppo di una forte e chiara identità e personalità. Questo lavoro difficile e delicato possono farlo solo genitori e insegnanti che siano capaci di trasformarsi davvero in "educatori", non perché si mettono una maschera o partecipano ad un gioco di ruolo, ma perché disponibili e desiderosi di coinvolgersi nell’avventura educativa con i propri figli e i propri alunni. Educare non significa solo favorire lo sviluppo della persona che ci è affidata, ma anche mettersi in gioco avendo un ruolo attivo nel condurre (ducere) per un tratto di strada verso un orizzonte di senso. La teoria del "buon selvaggio", del non intervento da parte dell’educatore, è certamente sempre meno adatta ai tempi nuovi. A noi genitori, a noi insegnanti, si chiede oggi un surplus di impegno, un ruolo attivo, consapevole, certamente anche faticoso. Siamo pronti a raccogliere la sfida?

 

Giovanni Carlotti

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