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N. 9 - Settembre 2008

Accademia dei Romiti

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Lo spazio vitale

 

di Carlo Catanossi


Ho sentito parlare di verifiche possibili sull’esperienza dell’ospedale unico di Branca; mi sembra francamente presto per poter fare qualche seria analisi e attento resoconto. Cosa diversa invece è dare impressioni e fornire esperienze al fine di migliorare, ove possibile, ovvero evitare che altri facciano gli stessi errori.

Comincerò pertanto col dichiararmi e finirò raccontandovi la mia esperienza estiva. Per evitare equivoci intanto mi dichiaro: credo che l’ospedale di Gubbio sia il più grande errore (non l’unico) che Rolando Pinacoli abbia fatto. L’abbandono del rapporto con Foligno ha portato solo difficoltà e lo smantellamento di qualsiasi accenno di presidio ospedaliero a Gualdo Tadino con ripercussioni che pagheremo nel tempo. Sono disposto a ricredermi su questo punto ma temo che la Storia (quella con la esse maiuscola) mi darà ragione.

Mi era già capitato di trovarmi al centro trasfusionale dell’AVIS in quei primi giorni di funzionamento in cui si stava rodando il meccanismo. Era un sabato ed il grande afflusso di donatori fece uscire gli ultimi a mezzogiorno. Io me la cavai alle dieci e mezza. Scoppiò una bufera che ebbe ripercussioni tanto che la stessa Associazione gualdese dovette scrivere ai donatori invitandoli a pazientare, ad essere assidui come ai vecchi tempi, ad approfittare dei nuovi orari.

Eravamo all’inizio ed un po’ di disguido è possibile. Quello che non si capisce è perché il centro trasfusionale, che è un posto dove accedono un gran numero di cittadini in salute (e che quindi hanno tempo e voglia di guardarsi intorno, a differenza dei malati… che hanno altro a cui pensare) sia stato confinato in un luogo angusto e senza finestre dove i poveri infermieri non hanno spazio per passare, se sei disteso sul lettino e dove sei costretto a rimirare una poderosa colonna che orna il centro della stanza.

Eppure di spazi ce ne sono nell’ospedale: ampi e luminosi corridoi accolgono i visitatori ed un bar da fare invidia a quelli di corso Vannucci per dimensioni e varietà di prodotti, nonché per i tavoli che ha gradevolmente messo sui corridoi stessi. Ampi locali sono poi disponibili per associazioni che non conosco e che si devono occupare dei malati. Tutto giusto. Ma perché nessuno ha pensato ad uno spazio serio per qualche migliaio di persone che, più volte l’anno sono volontariamente disponibili e presenti?

Ma la mia frequentazione è, purtroppo, proseguita con un ricovero urgente di mio padre. A notte inoltrata, dopo un passaggio al pronto soccorso, ci siamo trovati in una stanza di poco più di tre metri per quattro con due degenti separati da una tenda e la porta del bagno che si apre all’interno della stessa stanza, solo dopo aver spostato uno dei comodini. In breve in quella stretta stanza si son trovate tre persone (due malati ed una assistenza) mentre due di noi passeggiavamo per centinaia di metri quadri di corridoi illuminati a giorno. E quale sorpresa, al mattino, quando ci siamo accorti che l’aria condizionata funzionava di continuo senza possibilità di regolazione interna, mentre le finestre erano sigillate e quindi impossibili ad aprirsi neanche per cambiare un po’ d’aria. Penso possiate immaginare come fosse l’atmosfera della stanza dopo una tale nottata.

Mi hanno detto che queste sono le nuove concezioni dell’edilizia ospedaliera e che grandi architetti e luminari della scienza hanno contribuito alla realizzazione della struttura: ma questi signori sono stati mai ricoverati in ospedali simili o usano prestigiose cliniche private per le loro cure?

Nella breve vacanza passata nel Tirolo austriaco una mia amica si è rotta una spalla. Siamo corsi nel più vicino ospedale che si trova a Landeck. Personale gentile (come in Italia) struttura accogliente, stanze grandi e ariose con finestre che si aprono su montagne non meno belle delle nostre. Possibilità per i malati di vedere la televisione senza disturbare il vicino grazie a delle semplici cuffie. Spazi comuni normali, vivibilità per il malato decisamente superiore.

Ma perché siamo così contenti di complicarci la vita?

Cronaca cittadina

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