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N. 10 - Ottobre 2008 |
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Emigrazione ed immigrazione Riflessioni di una gualdese emigrata su un fenomeno ormai di massa Quando partimmo da Gualdo, nell'ormai lontano 1964, non era per andare all'estero come la maggior parte degli emigranti di allora, ma nei pressi di Roma. Dopo un'esistenza di precariato finalmente mio padre vinse un concorso nelle Ferrovie dello Stato; certamente il nuovo posto di lavoro dava alla giovane famiglia di allora grandi prospettive per il futuro dei figli, una sicurezza economica che prima non c'era, una dignità per il giovane padre di famiglia che il lavoro sicuro comportava, la certezza di costruire un'esistenza su basi molto più solide. Tutte queste positività però avevano un rovescio della medaglia: impostare la vita di tutta la famiglia in una città diversa, senza alcun aiuto da parte delle famiglie d'origine, senza alcun contributo da parte della comunità in cui si era vissuto fino a quel momento ... si era soli, si era emigranti! Con sulle spalle quel senso di inadeguatezza nella cultura, negli usi, nelle tradizioni, nella lingua, nella società della nuova città che si andava a scoprire. Qualunque cosa ci meravigliava, per esempio entrare in un negozio e non avere risposta al saluto (inconcepibile ancora oggi, a Gualdo se incontri qualcuno per una strada di campagna e non solo, ci si scambia almeno un "buongiorno"). La mia più grande meraviglia era il linguaggio: a scuola, nelle mie pur brevi composizioni (frequentavo la terza elementare) notavo gli errori dovuti ai dialetti che, per forza di cose, erano diversi. Triste era quando la meraviglia era loro, degli altri bambini, e mettevano in risalto il "mio dialetto" come qualcosa di negativo.
L'inserimento nella nuova cultura non è stato semplice né immediato, per certi aspetti ancora oggi, dopo più di quarant'anni, mi scontro con situazioni dove viene messa in risalto la mia appartenenza ad una cultura diversa dalla loro: ora mi pesa di meno anzi ne vado fiera, ma ad otto anni è stato un vero trauma.
Oltre a queste problematiche, sentivo forte anche quelle del ritorno. Mi capitava di tornare a Gualdo per le vacanze o per le feste e mi facevano sentire estranea, esclusa, appartenevo cioè a quella specie non tanto rara di "emigranti", né carne né pesce: non più gualdese e non ancora "romana". Quei fatidici 200 km non erano mai percorsi del tutto, si era sempre a metà strada. Ancora oggi, tornando a Gualdo, non mi sento più del tutto parte di questa società, vuoi perché anch'essa si è evoluta e non è rimasta, per fortuna, quella di quando me ne sono andata, vuoi perché l'ambiente in cui vivo mi cambia e mi modella ogni giorno e mi si appiccica addosso come un abito stretto. Tornando nella mia città d'origine percepisco una certa avversione infatti, spesso e inconsciamente ci salutano con il termine "romani". Questo potrebbe non significare altro che siccome provieni da Roma così ti definiscono. Altro è quello che percepisco, e quello che mi arriva invece è un leggero disprezzo per aver mollato: mentre gli altri si affannavano a cercare lavoro e si arrabattavano come potevano per sbarcare il lunario, tu hai scelto la via più comoda, quella del lavoro sicuro, della certezza economica, in fondo una vita più rilassata. Certamente c'è da considerare il grande favore che invece hai fatto a chi restava: maggiore possibilità di lavoro, meno domanda, più possibilità di lavorare. Le numerose fabbriche di ceramica nel boom degli anni 70-80 hanno dato a tanta gente di che vivere e non solo.
Come per gli emigrati all'estero, anche i "gualdesi" hanno sviluppato una forma di riscossa, per dimostrare (prima di tutto a se stessi) di avercela fatta, nonostante tutto. Una delle forme di riscossa tangibile sta nel fatto che siamo circondati da ville sontuose (emigranti che hanno fatto l'impossibile per costruire la propria "casa" - e che casa!), auto di lusso ostentate appena possibile. Senza parlare dei gualdesi rimasti, a loro volta devono dimostrare che anche loro non sono da meno. In questa gara a chi si esprime meglio si perde e si è persa di vista quella "umiltà" che era il vanto della gente semplice, che era ricca di niente, ma che aveva un tesoro inestimabile che nessuna villa o auto potranno mai eguagliare: i valori fondamentali dell'uomo, principi comuni, basi sociali da cui non si deve prescindere: l'onestà (tanto dell'uomo quanto della donna), l'altruismo (si era davvero generosi, chi aveva poco dava a chi non aveva niente), la solidarietà (ci si aiutava a vicenda, nel lavoro dei campi, per esempio). Purtroppo la società odierna ha perso anche il più piccolo accenno a questi valori, non solo ... ma, se si presenta un "extracomunitario", prima di tutto si è diffidenti, se non addirittura "razzisti", e allora quali "valori" ci appartengono? Quali valori, con il nostro esempio, trasmettiamo alle giovani generazioni?
Tornando oggi a Gualdo rivivo, in un certo senso, alcune sensazioni provate in passato vedendo la mia città "invasa" da così tanti stranieri (o "extracomunitari" - anch'io lo ero) anche loro; come me o meglio come mio padre, cercano un lavoro, una dignità, essere riconosciuti come esseri umani con la dignità e il rispetto che si deve all'uomo. Mi chiedo se il nostro atteggiamento scostante appartiene davvero all'uomo. Davvero siamo coscienti che le nostre diffidenze vengono trasmesse pari pari ai nostri figli, poi ai nipoti ecc., in una catena negativa che definisce un'epoca?
Pina Barboni |
Memorie |
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