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N. 12 - Dicembre 2008

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Il restauro degli affreschi


In questi ultimi tempi sono stato più volte interpellato circa il restauro degli affreschi. Premetto che per affresco si intende quella tecnica pittorica murale, usata fino al XVI sec., che consisteva nella stesura di una malta su cui, ancora bagnata, veniva steso il colore cosicché, per il processo di carbonatazione, il pigmento pittorico veniva in pratica inglobato nello strato di intonaco; precisazione necessaria in quanto si tende a generalizzare con il termine affresco qualunque pittura murale o a parete. La tecnica dell' affresco richiedeva grande maestria da parte dell'autore in quanto condizionata dai tempi di essiccamento della malta.

 

Ciò che a noi rimane solitamente della lettura dell'affresco è parziale, in quanto elementi come la doratura a foglia oro delle aureole, nei casi di arte sacra; ritocchi "a secco" ovvero aggiunte pittoriche dopo l'essiccamento della malta e quindi del colore; il blu lapislazzulo del cielo che chimicamente non subiva il processo di carbonatazione, tendevano per primi a scomparire dall'immagine in quanto più deperibili. Oltre a ciò si sono verifìcati e si verificheranno i naturali processi di invecchiamento nella materia dell'affresco, con cadute di colore nei casi minori e distacchi totali di intonaco, in questo caso di supporto al dipinto, nei maggiori; a tutto ciò si aggiungeva, e non raramente, la totale copertura degli affreschi con bianco di calce (in certi casi una vera e propria rogna la loro rimozione).

 

Il restauro di un affresco

 

Il restauro si divide in due finalità ben distinte: conservativo e di ripresentazione estetica. Il primo, fondamentale, attraverso mirate operazioni di consolidamento degli intonaci e del pigmento pittorico, ha come scopo il prolungamento, diciamo così, della vita del dipinto; è l'opera di restauro che si nota meno, un vero e proprio lavoro di archeologia, ma che assicura il manufatto per altri anni a venire.

 

Il lavoro di ripresentazione estetica

 

Come già evidenziato in precedenza, ciò che arriva a noi di un affresco non è, nella maggioranza dei casi, che un lontano ricordo di come era in origine, quindi non si può pretendere di riportarlo indietro nel tempo come se fossimo al momento dell' esecuzione, creeremmo un vero e proprio falso. E' in questa fase che subentra la capacità di un restauratore, coadiuvato dagli organi preposti alla tutela, di rendere ben leggibile e senza "invenzioni" ciò che un affresco sa ancora esprimere a livello estetico e di messaggio figurativo. Bisogna creare ordine nel disordine, togliere ma senza alterare quello che all'occhio dello spettatore infastidisce nella visione, creare quell'armonia fra rimanenze di colore e mancanze, segni del tempo, diventate anche loro parte integrante dell'opera; il pennello del restauratore lavora affinché la pittura rimasta si "adagi" sulle abrasioni e non sia da queste offuscata; è tutto un lavoro di toni neutri ad acquerello che si modificano a seconda del contesto cromatico in cui si trovano le lacune, così da accompagnare il colore ove non vi è più, ma lasciando sempre e comunque evidente l'abrasione o mancanza di colore, attenuata solo nel livello di tonalità - più o meno chiara - che altrimenti infastidirebbe la lettura dei colori rimasti e quindi del disegno.

 

Riguardo alla ricostruzione pittorica vera e propria di parti mancanti, questa è anche ammessa pur che interessi superfici limitate e in base al contesto figurativo (ad es. un motivo ornamentale che si ripete quindi riproducibile ove mancante) e realizzata rigorosamente con la tecnica del tratteggio (o linee verticali) in modo che si possa riconoscere l'intervento del restauratore.

 

Sperando di aver esaudito la curiosità anche di altri, concludo con il dire che il restauro non si improvvisa, esula da proprie velleità artistiche in quanto vincolato a regole ben precise, altrimenti non si può più parlare di restauro.

 

Massimiliano Barberini

 

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