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N. 2 - Febbraio 2009

Accademia dei Romiti

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TEATRO DON BOSCO

Continua la stagione di prosa

Le notti bianche dall'omonima opera di Fëdor Michailovic Dostoevskij

 

Alessandra Artedia


Con la regia e i costumi di Rossella Falk, è andata in scena lo scorso 15 gennaio l’adattamento teatrale di Fabio Poggiali (che in scena ha incarnato il Sognatore, protagonista dell’opera) di quella che è stata definita una degli scritti più poetici della letteratura russa: Le notti bianche (Belyi noce) di Fëdor Mihailovic Dostoevskij. Accanto a Fabio Poggiali, Simona Mastroianni nei panni di Nastenka, prima dolcissima creatura con la quale il protagonista ha il suo primo contatto umano. Il tutto è ambientato a Pietroburgo, in una città splendida e semideserta, ove tutti sono in villeggiatura e le strade sembrano popolate dall’anima solitaria e malinconica del Sognatore, il quale, pur vivendo da molti anni nella meravigliosa città fatta costruire sul golfo di Finlandia dallo zar Pietro il Grande, non ha ancora conosciuto alcun pietroburghese, né tantomeno fatto amicizia con qualcuno, neanche uno straniero lì residente. Egli vive in un mondo tutto suo, in un isolamento dal quale per pochi giorni riesce a farlo uscire, per traghettarlo però in una realtà idilliaca, di sogno, di notti evanescenti, notti d’estate in cui il sole non tramonta mai, notti in cui si consuma un’avventura meravigliosa.

 

Lo spettacolo messo in scena da Falk è una vicenda tormentata -ma profondamente poetica- nell’insondabilità dell’animo umano, nei meandri più profondi dell’essere, in cui si conclude amaramente che la purezza dell’essere del sognatore non viene mai ricompensata. Il Sognatore trascorre la sua vita come se fosse ad uno spettacolo teatrale, vagabonda, guarda, scruta, osserva, ma non diviene mai protagonista della vita, non riesce a vivere, rimane spettatore. L’illusione di essere protagonista la trova solo nelle quattro notti bianche trascorse insieme alla dolce Nastenka, la quale è disperata per il mancato ritorno del promesso sposo che riemergerà improvvisamente proprio quando il Sognatore ha provato il sollievo di essere riuscito a venir fuori dal suo guscio di solitudine e scopre di amare Nastenka, quella donna, la quale aveva svelato tanto di sé a quello sconosciuto solitario, forse alter ego della sua stessa solitudine di orfana cresciuta con una nonna non vedente e affidata alle cure della Tata. Il Sognatore riesce a provare per la prima volta felicità o forse soltanto l’illusione di questa:"un intero attimo di beatitudine è forse poco per la vita di un uomo?". Con queste parole è calato il sipario sia sulla scena, sia nella vita del Sognatore ripiombato nei suoi aggrovigliati dilemmi esistenziali. Un dramma sottile che avvolge tutta l’umanità nella sua paradossale e quanto mai affascinante essenza, sebbene in questo spettacolo si resti con una certa dose di amaro in bocca, quasi a dimostrare che la purezza dei sentimenti e l’onestà, così come il dono della poesia e della riflessione, hanno un prezzo da pagare che spesso si chiama incomprensione e solitudine.

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