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N. 3 - Marzo 2009

Accademia dei Romiti

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Il valore dell'alternanza in democrazia

 

di Gianni Pasquarelli


A giugno l’urna elettorale rinnoverà l’Amministrazione del nostro Paese. Logica e buon senso suggerirebbero una fotografia fedele dei problemi risolti, irrisolti e ancora da risolvere. Non avendoli seguiti né approfonditi, non ne parlerò. Mi limiterò a constatare ciò che i gualdesi sanno e dicono. Il nostro Centro storico c’è ancora: il restaurato Palazzo comunale, la dirimpettaia Torre campanaria, la Rocca Flea che fa bella mostra di sé, il vecchio Ospedale espropriato ai gualdesi proprietari, il bel rosone di San Benedetto, il timido gotico di San Francesco, la Pinacoteca contenente capolavori di pittura provenienti da secoli meno prosperi di quelli odierni, carichi però di valori, tradizioni e usanze che fabbricano civiltà e parlano di solidarietà sia nel pensare che nel fare di classi e categorie.

 

Manca al nostro Centro storico, il più: la gente che lo animi, lo viva, vi si riconosca, lo senta suo perché simbolo materiale di un "vissuto" che ha costruito, nel bene e nel male, cronaca e storia del Paese, la sua identità di popolo, la sua creatività artigianale, insomma la "gualdesità". Si potrebbe obiettare che il progresso scientifico e sociale ha le sue leggi inesorabili. Ma si direbbe una grossolana bugia perché esso, il Centro storico, andava difeso da regole precise, piani regolatori e scelte edilizie che rendessero compatibile passato, presente e futuro. Se lo si fosse fatto, non saremmo a tu per tu con un luogo ormai quasi deserto, pieno di vuoto esistenziale e di troppo silenzio che sa di sconfitta. Pienza, gioiello di cittadina toscana, fu disegnata a tavolino e costruita da B. Rossellino nel 1559 su mandato di Pio II. Essa sta ancora lì a rappresentare un’ideale città del Rinascimento che metabolizza modernità, ospita industrialismo guidato, calamita turismo crescente.

 

Non saprei quantificare con esattezza da quanto tempo la Sinistra gualdese gestisca il Comune, forse da una sessantina di anni, poco più poco meno. Sono tanti, troppi. E non perché quella gestione non abbia avuto la legittimità del consenso popolare, ma perché il metodo della democrazia appassisce e scolora quando non si nutra di un’alternativa che immetta forze nuove, desiderose di misurarsi con i problemi concreti e incombenti della gente, che si dia un progetto di cose da fare che i cittadini reclamino e condividano, soprattutto sul terreno dei pubblici servizi. Come dire: acqua abbondante, fiscalità equa, conduzione razionale dei rifiuti che produce ricchezza aggiuntiva per il Paese, ricorso ai service esterni solo quando esso consenta di ridurre il costo dei servizi sopportato dai cittadini-contribuenti, incremento dei posti di lavoro per arginare la disoccupazione mediante intese sistematiche con i sindacati sia dei lavoratori che degli imprenditori, difesa della salute e potenziamento della scuola.

 

Non si fraintenda, però. L’alternanza che auspico al governo del Comune è anche e soprattutto un metodo per vitalizzare la democrazia che è dialogo con la gente, che è mantenere le promesse fatte al corpo elettorale, che è rispettare le regole del gioco dal quale hanno da guadagnare sia la minoranza che può tornare a essere maggioranza, e sia la maggioranza che, rischiando di tornare minoranza, ce la mette tutta per realizzare il programma e mantenere gli impegni. Voglio dire che la democrazia si rafforza nel confronto dialettico e nell’alternanza del potere. Ne era convinto anche Winston Churchill: "La democrazia è la peggiore forma di governo, ma è la migliore rispetto a tutte le altre finora sperimentate".

 

Forse esagera Peppino Caldarola, ex direttore de L'Unità, quando scrive che il Pd "non è più di sinistra ma neppure di centro, non è praticamente nulla". Viene da chiedersi se avrebbe potuto essere altrimenti. Non bisogna dimenticare che la storia del Pd non inizia dalle "primarie" di un anno e mezzo fa, e nemmeno dalla fusione tra Ds e Margherita. Essa parte da più lontano, parte dal Partito Comunista Italiano, e parte ancor prima da un’ideologia quale fu il marxismo-leninismo. Il crollo del comunismo in Russia senza che qualcuno o qualcosa gli abbia dato uno spintone, sa di sentenza storica, sa di sentenza del tribunale della Storia che non consente la pratica degli appelli in secondo e terzo grado. Solo che i socialdemocratici tedeschi ne presero atto fin dal 1959 quando a Bad Godesberg ratificarono l’abbandono del marxismo, e cosa analoga fecero i socialisti di Mitterrand a Epinay, per non dire di Tony Blair che, riportando i laburisti al governo nel 1997, si guardò bene dallo squadernare il vangelo marxista dei sindacati inglesi. Il Pci invece che ha fatto? Si è limitato a cambiar nome, da Pci a Pds; poi in Ds; poi in Pd fondendosi con la corrente di sinistra della Dc. Forse Veltroni non ha fallito, è stato soltanto l’erede di un fallimento che nemmeno il più bravo dei manager sarebbe riuscito a evitare. Il futuro del Pd? Difficile azzeccarlo. E’ come se qualcuno affermasse che il Cristianesimo è sinonimo di fratellanza tra i viventi, e poi aggiungesse che Cristo non è esistito. Discorso analogo vale per il Pd. Non si riesce a edificare un futuro migliore per le nuove generazioni se quel partito non ha il coraggio di rifiutare nella forma e nella sostanza il suo passato condannato dalla Storia. Tanto più che i "rifondatori comunisti" sono stati democraticamente cancellati dal Parlamento dal voto del popolo sovrano.

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