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N. 4 - Aprile 2009

Accademia dei Romiti

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Voto: necessità di amministratori capaci e competenti

 

di Gianni Pasquarelli


Non frequento il mio Paese da qualche tempo e non sono in grado di giudicare il tono e i contenuti che vivacizzano la campagna elettorale gualdese. Ricordo con nitidezza i tempi in cui partecipai alla sfida elettorale del 18 aprile 1948. Mi capita talvolta di riflettervi con il carico degli anni che hai e con il regalo donatomi dall’esperienza professionale. E allora mi abbandono a silenziose riflessioni, stimolanti congetture, eloquenti conclusioni. Mi chiedo, cioè, se i partiti democratici non avessero vinto quella decisiva sfida elettorale, l’Italia comunistizzata avrebbe fatto la fine, che so, dell’Albania o della Bulgaria o d’altro simile. Scrivo ciò senza la spocchia del profeta che fiuta e anticipa il futuro possibile, ma con l’umiltà diagnostica di chi ha constatato il dipoi storico che seguì quella sfida vincente. Non solo. Il tono del confronto e anche dello scontro, allora, fu più idealistico di quanto non lo sia oggi. Voglio dire che se da una sponda si sentiva l’esigenza incombente di difendere la libertà e la democrazia dagli appetiti totalitari del comunismo mondiale, pure dall’altra sponda si viveva l’anelito sentimentale a edificare una società più giusta e più equa nel ripartire reddito e ricchezza. Che poi il comunismo sovietico non sia riuscito a garantire né la giustizia sociale né la libertà politica, è altra questione che non intacca la carica idealistica ospitata anche dallo schieramento di sinistra.

 

Quel clima di allora oggi non si respira, oggi l’interesse del cortile casereccio ha la meglio sulla fertilità del dialogo, del dibattito serio e sereno, del confronto problematico fra le promesse elettorali degli uni e degli altri, il tutto saldamente ancorato ai problemi concreti dei cittadini, alle loro ansie, illusioni e delusioni. Ricordo quegli anni nei quali anch’io ero consigliere comunale, ricordo i battibecchi ironici, la polemica mai rissosa con il sindaco Baldassini che la gestiva con il buon senso, la battuta ridanciana, il disegno strategico che incorniciava la politica locale. Oggi il Consiglio comunale (e non soltanto a Gualdo) non registra più la dialettica feconda della maggioranza che propone e decide, e della minoranza che contesta, suggerisce e puntualizza. So bene che la responsabilità è della legge-Bassanini che, forse involontariamente, ha promosso i sindaci a podestà di infelice memoria. Ne discende che non si discute, non si fa dialettica utile, si corteggia la tattica per mascherare la strategia, per dare ad intendere che si fa una cosa nel momento in cui se ne fa un’altra. Per cui la suggestiva Aula consigliare gualdese, che ospita il bel dipinto della battaglia fra Totila e Narsete, non sempre consente al cittadino di farsi un’idea sul che fare e come farlo.

 

Fenomeno analogo si verifica a livello nazionale dove il dibattito si riduce a un grumo di grevi e gravi denunce personali, a un antiberlusconismo dogmatico e incurabile, a slogan martellanti o sbracatamente demagogici. Donde la filza di "no" quando il governo propone questo o quel provvedimento, ripagato con la stessa moneta quando è l’opposizione a voler tassare di più coloro che hanno un reddito superiore a 120mila euro lordi, senza fare i conti dai quali si verrebbe a sapere che i giovani disoccupati o gli eterni precari incasserebbero qualcosa in più come 5 euro al giorno. Se così stanno le faccende, come purtroppo stanno, se così oggi si fa politica in Italia, come purtroppo si fa, viene da chiedersi chi fabbricherà la classe dirigente di domani. In Gran Bretagna se ne occupano le prestigiose Università di Oxford e Cambridge, in Usa il famosissimo Massachusetts Institute of Technology e l’eccellente Università di Harvard. E da noi, chi? Non certo coloro che fanno mille mestieri perché fruttifichi il cortile casereccio, non certo la scuola che fatica a decollare perché ogni governo si premura di cancellare puntualmente ciò che ha fatto quello precedente, non certo le famiglie in crisi con figli di primo, secondo e anche terzo letto.

 

La verità è forse un’altra. E' che la politica non è più, o non è soltanto "arte di governo", essa è anche e soprattutto "scienza di governo". Per dire che se devi impostare una politica energetica che non inquini l’aria e che ci renda meno dipendenti dai rifornimenti stranieri, non serve squadernare Il Capitale di Carlo Marx o L’Ideologia tedesca di Federico Engels e nemmeno Lettere dal carcere di Antonio Gramsci. Libri da rispettare, per carità, ma non tali da potervi metter su una strategia di governo oggigiorno che i problemi hanno la dimensione del pianeta. Carlo Marx, per esempio, scrisse parecchio sullo scontro che si sarebbe fatto sempre più frontale fra borghesia e proletariato. Profezia più sballata egli non avrebbe potuto fare, e la crisi economico-finanziaria che stiamo drammaticamente vivendo ne è la conferma. Oggi la borghesia produttiva sta pagando il conto di un proletariato che s’impoverisce, spende meno, risparmia quando e se può. Ciò significa che gl’interessi della borghesia e quelli del proletariato non fanno a pugni, ma coincidono più di quanto si pensi: se il proletariato ha meno denari in tasca il capitalista vede drasticamente ridimensionarsi il profitto aziendale.

 

Morale della favola. La politica, locale o nazionale che sia, ha bisogno di competenza autentica, di meritocrazia, d’investire nella ricerca scientifica e tecnica per servire il cittadino e non servirsene, come accade spesso da noi. Ecco perché all’ombra del campanile gualdese bisogna coinvolgere il merito, fabbricare classe dirigente di là dalle ideologie al tramonto, non fare machiavellismo deteriore e furbastro, creare le condizioni affinché il cittadino possa sentirsi soggetto e non oggetto nel governo di se stesso. Come dire che la persona, nel significato cristiano della parola, viene prima dello Stato, del Comune, della Regione e della Provincia.

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