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N. 4 - Aprile 2009

Accademia dei Romiti

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Un reduce dell'esercito dimenticato

La testimonianza di Erasmo Vitali, inviato al fronte orientale poco prima dell'8 settembre, premiato dal prefetto Laudanna nel giorno della memoria

 

di Alessandra Artedia


Erasmo Vitali, 86 anni ed una mente lucida, una instancabile voglia di riferire e di mostrare i suoi trofei, fotografie e riconoscimenti ottenuti, e tanta altra documentazione - da ultimo appunto, la medaglia conferitagli dal prefetto Enrico Laudanna lo scorso 27 gennaio - nonostante gli acciacchi e la salute non perfetta a causa dei maltrattamenti subiti durante la guerra e soprattutto durante la prigionia nel campo di lavoro di Berlino, un eroe della porta accanto che si racconta.

 

Signor Vitali, cosa ricorda della sua esperienza di guerra? Quanti anni aveva quando è partito?

 

Sono partito l’8 gennaio 1943 per Treviso, per prestare il servizio militare. Avevo 19 anni e mezzo. Insieme a me sono partiti altri giovani di Gualdo Tadino, tra i quali Gino Serroni, recentemente scomparso, Felice Sorana, e uno Scassellati di cui non ricordo il nome. Da lì, dopo due mesi ci inviarono in Albania. In Albania non stavo più insieme ai compagni di Gualdo. Facevo parte del XV raggruppamento GAF, vale a dire la Guardia Frontiera, e fino all’8 settembre il nostro compito era di difendere gli sbarchi degli Americani nel piccolo porto di Ulcini in Albania. Fino alla fatidica data di settembre,in fondo stavamo abbastanza ben finché un giorno non arrivò l’ordine di girare i cannoni verso terra per difendersi dagli eventuali attacchi dei patrioti.

 

E cosa ricorda di quell’8 settembre 1943?

 

Una cosa la ricordo bene: fu un momento di totale confusione..Arrivarono i Tedeschi e ci arrendemmo a loro.Da amici eravamo diventati nemici.Ma non si capiva nulla su come dovevamo comportarci. A Skutari i Tedeschi ci fecero raggruppare, ma non ci disarmarono ... Solo più tardi compresi il perché di questo gesto ... Con la scusa di riportarci in Italia, i Tedeschi, dei quali eravamo oramai diventati prigionieri di guerra, ci fecero marciare per 300 km a piedi, sino in Serbia ... lì fummo disarmati ... prima non lo fecero per proteggersi e per proteggerci dagli eventuali attacchi dei patrioti locali, Insomma era tutta una strategia quella di farci viaggiare armati sempre illudendoci che l’Italia era la nostra destinazione, ma giunti a Trieste ci fecero prendere la direzione dell’Austria, invece che quella dell’Italia.

 

Dove vi condussero infine?

 

Ci portarono in un campo di lavoro a Berlino, dove c’era lo stabilimento dell’AEG ... si costruivano pezzi per l’artiglieria. Durante il cammino i tedeschi venivano da noi e con la frase "Tic-Tac / Brot und Margarine" ci chiesero di dar loro i nostri orologi in cambio di un po’ di pane e margarina.

 

Come vi suddivisero nel campo di Berlino?

 

Alla periferia di Berlino vi erano tre campi affiliati tra loro: in uno i prigionieri di guerra, in un altro gli internati civili italiani, e infine, nel terzo, le donne russe deportate.

 

La vita nel campo di lavoro ...

 

Ricordo che da tutti e tre i campi si usciva insieme per andare a lavorare con gli attrezzi sulle spalle. I ragazzi del luogo ci sputavano contro e ci insultavano gridandoci contro "Badoglio! Badoglio!", alludendo all’armistizio e quindi al tradimento dell’Italia nei confronti dell’ex alleato tedesco. La vita nel campo era dura ... la mattina si usciva per le strade per lavorare e ci si metteva in fila cercando di essere i primi per poter così tentare, passando, di raccattare qualcosa da mangiare dai bidoni della spazzatura ... niente di più di qualche scorza di patata o di mela.Ma rinvenire qualcosa del genere in quei tempi di guerra e di fame era già una grande successo. Una volta alla settimana toccava ad ognuno di noi l’aiuto in cucina e si faceva a lotta per andarci perché chiaramente lì qualcosa da mangiare si poteva avere comunque mi ricordo che si poteva mangiare solo verza e patate ... Altre cose che ricordo erano che ci venivano dati dei soldi spendibili solo all’interno del campo, la loro validità infatti era circoscritta al luogo dove ci avevano portati.

 

Lei cosa faceva all’interno del campo? Quali erano i suoi compiti obbligatori?

 

La mattina venni assegnato al reparto di nichelatura. Non lontano da lì vi erano le cucine e si faceva a gara per accaparrarsi i rifiuti provenienti da queste con degli ascensori. Davanti al nostro reparto c’era una baracca - deposito per le patate. Una notte, con un compagno, riuscimmo ad eludere la sorveglianza e passando per il lucernaio rubammo un po’ di patate e ce le cuocemmo di notte dentro al forno della nichelatura. Le patate le nascondemmo dentro al cappello militare ... una volta riuscii anche a passare con una filetta di pane nascosta e ben legata al polpaccio sotto ai calzoni militari. Dopo lo sbarco in Normandia ci spostarono e utilizzarono la nostra manodopera per costruire le trincee per fermare l’avanzata degli Americani.

 

Qualche episodio in particolare o un momento in cui ha avuto davvero paura di non farcela?

 

Sì, una notte, sapendo che, come avveniva di consueto, per chi chiedeva di recarsi alla toilette di notte a differenza di quanto avveniva di giorno, non si veniva accompagnati, con la scusa di recarmi in bagno, avevo in realtà intenzione di andarmi a procurare qualcosa da mangiare. Quindi scesi al buio e provai ad esplorare un po’ finché mi trovai davanti ad una porta che tentai di aprire trovandomi con le canne di un’arma sullo stomaco. Per fortuna qualcuno con un veste bianca che apparse nel buio prese le mie difese, dicendo che anche io avevo una mamma, proprio come chi mi puntava addosso quell’arma ... io mi difesi cercando di spiegare che stavo cercando un WC e che mi ero perso ... Ed ebbi salva la vita anche e soprattutto grazie a chi indossava quella veste candida ... Inoltre, gli stenti e le sofferenze furono tante e hanno minato irreparabilmente la mia salute. Ad esempio, il giorno di Pasqua del 1944 fu la fame più lunga che provai. Festeggiai la Pasqua mangiando mezza cipolla marcia trovata tra i rifiuti della cucina. La baracca delle patate era infatti andata distrutta sotto i bombardamenti e, se in passato qualche volta avevamo potuto sottrarre di nascosto qualche patata da un mucchio conservato in un locale con una finestra a grata nella quale si infilavano le mani di nascosto, ora ci avevano scoperto e avevano cambiato posto a quella preziosa derrata alimentare.

 

E delle scelte politiche importanti di quegli anni cosa ricorda?

 

C’è una cosa davvero fondamentale che intendo sottolineare: nell’agosto del 1944, a seguito di una richiesta fatta da Mussolini a Hitler il governo italiano chiese che i prigionieri militari fossero trattati come i civili e la richiesta fu esaudita a partire dall’agosto 1944.

 

Il ritorno a casa ...

 

Dopo un lungo viaggio e dopo che avevamo ricevuto protezione e trovato alloggio e nascondiglio presso una famiglia di italo-tedeschi nel marzo del 1945, in ottobre finalmente riuscii a riabbracciare mia madre alla stazione di Gaifana. Dopo questa esperienza le mie condizioni di salute sono state sempre precarie, a causa di una grave patologia che mi ha impedito per tutta la vita di lavorare. Una volta sono anche fuggito dall’ospedale, nonostante stessi molto male, ma non mi convincevano i discorsi dei medici e ho avuto anche una ricaduta.

 

Il meritato riconoscimento ...

 

Finalmente qualcuno si è ricordato anche di noi, ignorati per oltre sessanta anni da tutte le correnti politiche, noi soldati dei fronti orientali, abbandonati a noi stessi dopo l’8 settembre. La nostra memoria è stata offuscata dalla - seppur doverosa - memoria della Shoa, e da altri eventi storici. Anche noi siamo stati nei campi, anche noi abbiamo sofferto. Mi piacerebbe potere rendere in qualche modo una testimonianza più ampia sulla mia esperienza.

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