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N. 5 - Maggio 2009

Accademia dei Romiti

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I nuovi boschi

 

di Carlo Catanossi


Hansel e Gretel sono due bambini che i genitori abbandonano in un bosco non essendo in condizione di poterli sfamare. Dopo aver trovato una casa di marzapane e tante avventure ritornano dai loro genitori con tante ricchezze.

Anche Pollicino è un bambino che viene abbandonato in un bosco, insieme ai suoi sei fratelli, perché i loro genitori non possono mantenerli. Anch’essi, dopo varie traversie, riusciranno ad uccidere l’orco presso il quale sono finiti e a riportare a casa oro e risorse per la famiglia.

I fratelli Grimm, che scrivono la prima fiaba, come Perrault, che scrive la seconda, partono da una antica pratica: l’abbandono dei minori che non possono essere mantenuti.

Ai nostri giorni sembrava non poter essere più possibile tale usanza né concepibile un tale comportamento. Eppure è successo e anche vicino a noi.

A Torino, qualche settimana fa, due adulti (come nelle fiabe: una mamma ed un patrigno) hanno abbandonato tre bambini piccolissimi in una pizzeria (moderno bosco nelle nostre città).

Quando li hanno trovati (gli adulti), vaganti e smarriti, hanno candidamente ammesso che li avevano abbandonati perché erano affamati e loro non potevano dargli nulla da mangiare avendo finito i pochi soldi con cui erano venuti in Italia in vacanza.

Difficile giudicare in queste vicende e sempre meglio non scrutare il cuore dell’uomo specie se turbato e smarrito. Sembra tuttavia di sentire in questa vicenda l’eco di un tempo passato e, improvvisamente, riavvicinatosi a noi uomini del duemila.

Non voglio giudicare ma una considerazione la farò: sia i fratelli Grimm che Perrault esprimono la cultura del Nord Europa (i primi tedeschi e francese il secondo) e queste favole non mi sono mai piaciute molto.

L’unica vera fiaba italiana l’ha scritta un toscano alla fine dell’ottocento: si tratta di Collodi che ci racconta la storia di Pinocchio. Se volessimo tracciare rapidamente il racconto potremmo così riassumere: un papà desidera così tanto avere un figlio da costruirselo di legno, vende la propria giacca per comprargli un libro, gli sbuccia le pere e gli cede anche le bucce. E quando lo perde e lo ritrova il suo tesoro e le sue ricchezze consistono nella trasformazione del burattino in un bambino: è lui il tesoro, è la persona la ricchezza.

Qualcuno ha voluto discutere a lungo sull’appartenenza massonica dell’autore, altri (tra cui un valente cardinale di Santa Romana Chiesa) hanno fatto un bellissimo parallelo tra la storia di Pinocchio e le parabole del Vangelo. Io mi limito ad esprimere la profonda conoscenza che l’autore esprime dell’animo italiano sia popolare che delle classi agiate alle quali comunque apparteneva. Penso che saremo sempre più interrogati da nuove forme di umanesimo e, ahimé, anche da situazioni che denotano l’assenza totale di quell’umanesimo su cui abbiamo costruito la nostra civiltà.

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