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N. 5 - Maggio 2009

Accademia dei Romiti

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OSSERVATORIO

Costi, tariffe, acqua ed ... eredità Calai

 

di Gianni Pasquarelli


Ragione e buon senso consigliano di non affrontare temi e problemi di cui poco si sappia. Ma sulla politica dei services esterni qualcosa credo di sapere perché capita che ad usarli siano soprattutto le Amministrazioni pubbliche e le grandi Aziende private. Poiché in fatto di grandi Aziende una qualche esperienza penso di averla accumulata, provo a dire la mia sui "services esterni". Vediamo intanto cosa sono. Si può dare il caso che in un Comune o in un’Azienda (gestiti nell’interesse dei cittadini o degli azionisti) si facciano un po’ di conti per sapere se – poniamo – il costo dell’acqua da bere sia più conveniente farlo gestire dal personale comunale, o da una società esterna, per lo più privata. Analogo discorso vale per una grande industria che punti a un florido "conto economico" da arricchire anno dopo anno.

 

In Umbria, in esecuzione di una legge, si affida la gestione idrica alla società "Umbria Acque". Voi penserete che questa scelta avrebbe ridotto il prezzo della bolletta per l’acqua. Neanche per sogno. A Gualdo Tadino l’acqua si paga come a Perugia, e con tariffe superiori a quelle di Fossato, Sigillo, Costacciaro e Scheggia. Non è tutto. La Regione ha deliberato una concessione all’azienda "Rocchetta" che le consente d’imbottigliare acqua un po’ dappertutto, salvo le zone così dette di rispetto delle sorgenti che alimentano gli acquedotti cittadini (Santo Marzio, per intenderci). Ma c’è stato un periodo di magra durante il quale, mentre Rocchetta imbottigliava disinvoltamente, i cisternoni dell’acquedotto comunale dovevano essere alimentati da autocisterne con acqua dei pozzi di Branca. Una sconfitta per l’interesse generale, si capisce.

 

Altro "service esterno" è quello con ESA, una ditta che raccoglie i rifiuti la cui gestione ha accumulato un deficit da capogiro. Che fa il Comune? Compra le quote azionarie della società che rischia di portare i libri in tribunale, incappando, fra l’altro nelle ire della Corte dei Conti, e attingendo alle tasche del solito Pantalone per risanare una Società sull’orlo del fallimento. Anche qui, altra sconfitta.

 

Infine "service esterno" è pure quello della riscossione dei tributi tramite una ditta di Forlì, la quale si prende qualcosa come il 25% del gettito. Qui, roba da cravattai.

 

Sostenere che questo tipo di gestione dei "service esterni" abbia fatto e seguiti a fare gl’interessi dei gualdesi che pagano le tasse, è come pronunciare una bestemmia.

 

La verità è con ogni probabilità un’altra. È che l’acquisto da parte del Comune di una Società sull’orlo della bancarotta addossandosene l’indebitamento, (l’Esa, appunto) significa usare il gettito tributario dei cittadini nel modo più spericolato e irresponsabile che si possa concepire, una pratica, cioè sfacciatamente clientelare. Chiarisco meglio quel che penso sulla vicenda. L’operazione non fa correre grossi rischi al Comune perché a pagare non è il Comune, siamo noi che saldiamo la bolletta-rifiuti via via che ingrossa e ingrassa. Il Comune o, più esattamente, coloro che lo pilotano, hanno invece tutto da guadagnarne perché finiscono per controllare una Società che ha un Presidente, un Consiglio di amministrazione, ecc.; non occorre sbrigliare la fantasia e spremere le meningi per rendersi conto che simili operazioni consentono pratiche clientelari nella scelta del Presidente, dei membri del Consiglio, nelle assunzioni guardando più alla tessera di partito che alle capacità degli assunti. Il debito pubblico dell’Italia, che incombe sul futuro della nostra economia come una spada di Damocle, si spiega anche così. Non è un caso che quasi tutti i partiti chiedano di abolire le Province, di sforbiciare le troppe e inutili spese pubbliche, di gestire il denaro pubblico uscito dalle tasche dei contribuenti mediante controlli stringenti e ricorrenti, cosa che gl’italiani sanno fare benissimo ma solo quando si tratti di amministrare il loro gruzzolo faticosamente accumulato.

 

***

 

Poche parole, infine, sulla generosa eredità che Mons. Roberto Calai ha lasciato alla città di Gualdo Tadino. Provo a elencarla. L’Istituto salesiano con l’annesso Oratorio, il Convento dei Cappuccini, l’Ospizio, l’Ospedale con l’annessa Farmacia, le tenute di S. Lazzaro e Grello, eccetera. Dall’Atto notarile si ricavano le direttive del Donatore: che i beni restino in perpetuo ad esclusiva opera di beneficenza; che si realizzi un "collegamento" privilegiato con le Istituzioni ecclesiastiche: Suore, Cappellano, e parroci; che garanti del rispetto della volontà del Donante siano, oltre agli eredi della famiglia Calai, il Vescovo diocesano, il Municipio (non il Sindaco), i due Parroci urbani di S. Donato e S. Benedetto. Nell’individuare una nuova destinazione per l’Ospedale oramai smobilitato, logica e gratitudine avrebbero suggerito di seguire le finalità indicate e messe nero su bianco da Mons. Calai: ossia la cura degli anziani, il recupero dei disabili, strutture di eccellenza specialistica, interventi per combattere il clima nevrotizzante dei tempi nostri, un centro di formazione per operatori sanitari nel settore dell’assistenza domiciliare agli anziani ed ai disabili. Il tutto, ovviamente, con la doverosa partecipazione dei "garanti" sopra elencati.

 

Stando così le cose, è oltremodo difficile, per non dire impossibile, collegare lo "spirito" dell’eredità ricevuta alle vicende che hanno caratterizzato l’utilizzo arbitrario, quando non caotico, dei beni donati da Mons. Calai. Pur tenendo conto di provvedimenti di legge (regionali) che sanno di esproprio, si fa una gran fatica a capire come sia stato possibile estromettere la rappresentanza degli interessi originari dell’Ente legati alla famiglia Calai, impersonati dal Vescovo, passati alla Congregazione di Carità, quindi all’Eca, quindi all’Asl Alto Chiascio, poi all’Asl di Foligno, infine all’Asl di Città di Castello. Dopo lo scorporo della Farmacia, arbitrariamente battezzata comunale, i cui utili pare vadano a colmare i buchi del bilancio cittadino, si è arrivati all’assurdo d’impegnare i gualdesi a pagare l’affitto all’Ospedale di Branca per 20 anni e a ricomprare dalla Regione la parte degli immobili costruiti in tempi diversi su suolo della donazione Calai, compera, questa, che fa a pugni con le norme del diritto proprietario.

 

Non ho difficoltà ad ammettere che ho provato a tirare i fili di una matassa assai ingarbugliata, salvo rinunciarvi per non regalarmi un fastidioso mal di testa. A me, come pure ai cittadini di Gualdo basterebbe che gli "addetti ai lavori" finalmente dicessero in base a quali criteri o norme o delibere o vantaggi collettivi si è offesa e maltrattata una grossa eredità che avrebbe potuto essere per Gualdo una gallina dalle uova d’oro, anziché un settario feudo che irride alla volontà del Donatore, che impone balzelli per ricomprare dalla Regione ciò che è già gualdese, che acquista Società fallite per fare trito e ritrito clientelismo da bottega.

 

Tempi ormai lontani quelli di una Sinistra che ha un progetto di società e di convivenza per cui battersi, che squaderna marxismo, leninismo e stalinismo per trovarvi un ideale cementante, che promette una sorta di paradiso in terra mai nemmeno intravisto. Non è nostra responsabilità se il sovietismo in Russia sia crollato senza che alcuno gli abbia dato uno spintone.

 

E' invece dovere che i gestori del Palazzo, alla vigilia della sfida elettorale, chiariscano alla gente sia i problemi dei "services esterni", sia dell’eredità-Calai malgestita col piglio di certo anticlericalismo pre-risorgimentale, anziché con la saggezza e la prudenza (come recita il codice) del buon padre di famiglia.

Gualdo Tadino

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