di Vittorio Carini –
Se la maestra Assuntina nel numero di giugno ha proposto una versione dolce, romantica del toponimo “Salto del Prete”, tramandata per generazioni, qui ne riporto un’altra, sempre tramandata oralmente e appresa in famiglia quando le storie si raccontavano attorno al focolare. E’ una storia ben diversa, molto più amara e cupa. Siamo probabilmente nei primi dell’Ottocento: dopo un effimero sconvolgimento portato dalle truppe napoleoniche, nei nostri paesini il clero è tornato al potere, a volte è il motore di attività economiche, con una classe borghese che si va rapidamente e inesorabilmente formando. La legna è una delle fonti energetiche principali, la legna riscalda i lunghi inverni, la legna arde nei forni per la ceramica, la legna è convertita in carbone. L’Appennino intorno a Gualdo è generoso, e come si farà per anni e anni ancora, si pagano lotti di macchia da tagliare, si impegnano per il taglio uomini validi, legnaioli e carrettieri, magari con al fianco intrepide donne che faranno le fascine e le “’nvoje”, si aspetta il periodo primaverile per il taglio, si lavora da mattina a sera: la mattina comincia che è ancora buio, la sera arriva quando è già notte. E si cerca chi tutta questa legna la comperi, pagandola un giusto prezzo. Se chi s’impegna a comperare la legna è addirittura un prete, si tocca il cielo con un dito, non c’è bisogno di contratti o caparre, la stagione e i baiocchi sono sicuri. Ecco i nostri protagonisti, un imprenditore, diremmo oggi, e un acquirente: un montanaro e un prete. Un lotto di legna, bello consistente, un nucleo di uomini e le loro famiglie, un duro lavoro, il “marraccio” spezza le braccia oltre ai tronchi, magari c’è ancora la neve, i carrettieri caricano le some, burberi come sempre, il vino biscio del Lentiere passa di bocca in bocca, è l’unica carica energetica disponibile a poco prezzo. Aprile arriva, gli uomini hanno fatto un buon lavoro, la macchia in gran parte è a terra. Pasqua è passata da poco, per i preti è un periodo impegnativo, meglio non disturbarli per legna e baiocchi, ma ora si può. Il montanaro, col cappello in mano e il sorriso schietto di chi ha fatto la sua parte, chiede dove dovrà scaricare la legna e, magari, un piccolo anticipo, sa, non per me, è per i carrettieri, sennò bestemmiano, è per l’oste che già mi tira la giacchetta … Potrebbe continuare: per i soldi presi a prestito per pagare il lotto di macchia, per mia moglie e i figli, per il pane, per mogli e figli di chi ha lavorato per me, per un paio di scarpe, per uno scialle, per le botteghe dove ho fatto debito, per tirare una riga su quel quaderno, una riga sul soprannome “Testaccia” e sulla cifra che segue, come tutti gli anni, perché Testaccia paga appena può, sempre. Figliuolo, caro figliuolo, ma io la legna ce l’ho, è già “armessa”: sono tempi difficili, i poderi della canonica non rendono più come prima, ma ho avuto fortuna, un contadino che aveva un vecchio debito ha tagliato la macchia e così ha saldato. Una parola data, per Testaccia vale più della sua vita: lui ha dato la sua parola ai compagni, ai mulattieri, ai bottegai. A chi la venderò tutta ‘sta legna? E quando la venderò? E sarò pagato? Quando pagherò chi era con me? Quando manterrò la mia parola? E prese la via del monte, ma il monte è una divinità muta, a volte stritola nel suo silenzio. Prese la Via dei Santi, ma anche i Santi furono muti. Fu sui prati sotto il Serra Santa, il vento della sera scivolava giù tra l’erba, alle spalle gli ultimi raggi di un sole che non scaldava più. Intorno nessuno, mute danzavano ombre, i cattivi pensieri, uno su tutti, la parola data da un prete e non mantenuta. L’ombra del cattivo pensiero si fece enorme, come il silenzio. Il vento si fece più forte col far della sera, il montanaro si lasciò portare sul ciglio della balza. Conosceva bene quel posto, qui aveva tagliato la macchia e quelle rocce le aveva accarezzate da sotto, asciugandosi il sudore. La balza gli sorrise, non è colpa tua, gli disse, vieni, qui è la tua pace. E l’uomo abbracciò la notte, lasciandosi spingere dal vento nel vuoto. Chi lo trovò conosceva la storia e i suoi protagonisti e per gli anni a venire quel tristissimo posto fu “Il Salto del Prete”,
